“…Qualora taluno lamenti la violazione del divieto di abuso di posizione dominante […] non occorrendo che, a tal fine, sia pure individuabile uno specifico atto, del quale debba predicarsi la nullità e del quale chi agisce per il risarcimento debba essere destinatario attuale o potenziale, è sufficiente che esso deduca e dimostri, ai fini dell’accoglimento nel merito della domanda, di essere un operatore del mercato in cui si è consumato l’abuso di posizione dominante e di averne perciò risentito un pregiudizio economico…”.

Il principio, sancito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 30175 del 2011, è ripreso nella decisione n. 6366 del 2016 (qui in commento), in virtù della quale la Suprema Corte di Cassazione (Cassazione) ha accolto la domanda risarcitoria proposta da alcune imprese attive nella produzione e commercializzazione di servizi di informazione (le ricorrenti) avverso una sentenza di segno opposto resa dalla Corte d’Appello di Milano. Le ricorrenti, nello specifico, erogavano i suddetti servizi sulla base di dati - soggetti ad elaborazione - provenienti dai pubblici registri immobiliari e dal catasto terreni e fabbricati, tenuti dal

l'Agenzia del Territorio. La pretesa avanzata dalle ricorrenti principali era diretta ad ottenere una compensazione dei pregiudizi asseritamente sofferti in conseguenza dell'abuso di posizione dominante ascrivibile all'Agenzia del Territorio, consistente nello svolgimento del “servizio di ricerca continuativa per via telematica in via diretta”: “…essa avrebbe inciso sulla attività imprenditoriale delle società attrici (presupponente le operazioni di rilevazione degli elenchi giornalieri dei soggetti presenti nelle formalità d'istituto, la loro digitazione e l'incrocio dei dati finalizzati alle segnalazioni alla clientela) in quanto l'Agenzia avrebbe offerto sul mercato i propri servizi di monitoraggio continuativo dei soggetti presenti nelle formalità d'istituto e […] imposto anche un aumento del costo del servizio di rilascio dell'“elenco dei soggetti"...”.

Preliminarmente, la Cassazione ha valutato quanto lamentato dall’Agenzia del Territorio in sede di ricorso incidentale in merito all’asserita natura non economica dell’attività svolta, respingendo il ricorso ed affermando che l’Agenzia del Territorio non può dirsi esercente servizi di interesse economico generale “…in ordine al mercato dell’utilizzazione economica delle informazioni commerciali, tratte dalla consultazione di detti registri, che l’Agenzia stessa è abilitata […] a consentire ad altri soggetti…”. Peraltro, non è valso ad escludere la natura economica del servizio in parola nemmeno il rilievo in base a cui il regime tariffario era stato imposto per via legislativa, in ragione dell’obbligo, posto in capo agli organi amministrativi, di non applicare le norme interne incompatibili con la disciplina europea dettata in materia di diritto della concorrenza, avente carattere cogente.

Ciò detto, il fulcro della sentenza in commento investe la pretesa risarcitoria avanzata dalle ricorrenti principali, non riconosciuta in secondo grado (a differenza della sussistenza dell’illecito).

La Cassazione ha evidenziato, in primo luogo, la mancata corretta attuazione del principio dell'onere della prova ad opera del giudice di secondo grado, che avrebbe, invece, dovuto facilitarne l'applicazione, specie in considerazione della considerevole asimmetria informativa riscontrabile tra l'Agenzia del Territorio e le ricorrenti. Secondo la Cassazione il giudice d’appello, pur avendo disposto la CTU, ha mancato di considerare adeguatamente tutte le circostanze deducibili dalle risultanze peritali, ai fini della prova della condotta anticoncorrenziale, nonché di domandare, laddove necessario, un’integrazione dei dati nell’esclusiva disponibilità dell’Agenzia. Ora, ciò che rileva, sotto tale profilo, è che la Corte d’Appello, una volta esclusa la produzione di qualsiasi eventuale danno derivante dalla fornitura del servizio di ricerca continuativa per via telematica in via diretta, in quanto impedito dall’inibitoria concessa in via cautelare, non si è poi soffermata sulla possibile efficacia causale dispiegata dalla fornitura dell’“elenco soggetti”, non dichiarata illecito concorrenziale dal giudice di secondo grado. Alla luce di questa considerazione, si comprende appieno il motivo per cui, ad avviso della Cassazione, “…appare del tutto evidente l’omessa motivazione in relazione alle risultanze della CTU […] circa l’autonomia causativa del danno, derivante da ciascuno dei bracci della “tenaglia”, in ordine all’illecito anticoncorrenziale…”.

Prendendo le mosse dal nesso di causalità, la Cassazione si inserisce, a livello incidentale, nel tema del passaggio del danno al consumatore, giungendo a riaffermare il concetto secondo cui “…ai fini dell'accertamento del danno derivante da abuso di posizione dominante, suscettibile di traslazione sulla clientela per effetto della conseguente maggiorazione delle tariffe, costituisce principio di economia di comune esperienza quello secondo cui l'aumento del corrispettivo della prestazione determina una riduzione della domanda, salva la prova contraria della rigidità dei consumi…”.