La Commissione europea (Commissione) ha pubblicato il 10 maggio scorso, la relazione finale dell’indagine conoscitiva sul commercio elettronico (la Relazione finale). Si conclude così, dopo due anni, l’indagine avviata nel contesto della strategia europea per il mercato unico digitale (l’Indagine) che ha tra gli obiettivi primari quello di garantire una più efficiente interazione nel mercato tra i consumatori e le imprese.

La Relazione finale, in linea con quanto già illustrato nella sintesi preliminare (si veda la Newsletter del 26 settembre 2016), ha evidenziato come l’avvento e lo sviluppo del commercio online abbia aumentato sensibilmente il grado di trasparenza del mercato, soprattutto con riguardo ai prezzi. Se da un lato la possibilità, sia per i consumatori sia per le imprese, di comparare i prezzi dei prodotti tra diversi rivenditori online ha portato ad un aumento della concorrenza sui prezzi, dall’altro è stato reso più facile – anche grazie all’utilizzo di software di monitoraggio - individuare, da parte dei produttori, deviazioni di (eventuali) prezzi raccomandati, nonché adottare (automatiche) pratiche di coordinamento dei prezzi.

Secondo i risultati finali dell’Indagine, i trend di mercato sopra evidenziati hanno portato le imprese a ricercare un sempre maggiore controllo sulla rete di distribuzione, in un’ottica di maggiore (e migliore) controllo sui prezzi e sulla qualità. Secondo quanto evidenziato dalla Relazione finale, gran parte dei produttori hanno aperto propri negozi online, andando così a competere direttamente con i distributori indipendenti. Inoltre, sempre in un’ottica di un più penetrante controllo sulla rete distributiva, è aumentato l’utilizzo di sistemi di distribuzione selettiva.

Nell’analizzare le disposizioni contenute negli accordi verticali, che sollevano maggiori problematiche dal punto di vista concorrenziale, la Commissione ha affermato come, alla luce delle risultanze dell’Indagine, non sia necessaria una revisione del Regolamento di esenzione per gli accordi verticali (Regolamento n. 330/2010, VBER) prima della sua naturale data di scadenza (2022). Infatti, la Commissione nella Relazione finale ha confermato la propria posizione sia in materia di resale price maintenance (RPM) e dual pricing (ossia la pratica di fissare un prezzo diverso allo stesso rivenditore a seconda che il prodotto sia da quest’ultimo venduto tramite il canale online rispetto al negozio fisico), entrambe considerate hardcore restrictions. Anche con riguardo al tema del geoblocking e delle restrizioni territoriali per la vendita di un prodotto, la Commissione non ha cambiato la propria posizione, ritenendole –salvo le rare eccezioni previste nel VBER – anch’esse delle restrizioni gravi.

Infine, nella Relazione finale la Commissione ha chiarito la propria posizione sulle clausole previste nei contratti di distribuzione selettiva, che limitano la possibilità di rivendere i prodotti attraverso un marketplace online. Innanzitutto, l’Indagine ha evidenziato come l’importanza dei marketplace come canali di vendita dipenda fortemente dalla grandezza del rivenditore, dalle categorie di prodotti venduti, nonché dagli Stati membri coinvolti (ad esempio, mentre in Germania il 62% dei rivenditori che hanno risposto ai questionari durante l’Indagine utilizzano tali piattaforme-mercato, in Italia solo il 13% ha risposto in tal senso, mentre in Belgio addirittura il 4%). Pertanto, in attesa di quanto statuirà la Corte di Giustizia, chiamata a pronunciarsi sul punto a seguito di un rinvio pregiudiziale nell’attesa causa C-230/16 (c.d. caso Coty), la Commissione ha chiarito che i divieti di vendita attraverso un marketplace non possono essere considerati come se costituissero, di fatto, un divieto di vendita online o una limitazione dell’utilizzo di internet quali canali di vendita (considerate normalmente gravi violazioni) senza tenere in considerazione il mercato nel quale si inseriscono. Tuttavia, la Commissione ha precisato che, nonostante un divieto assoluto di vendita attraverso un marketplace non debba essere considerato grave, ciò non significa tuttavia che tali clausole siano in generale automaticamente compatibili con le norme antitrust. La stessa Commissione e le autorità della concorrenza nazionali potranno eventualmente non applicare l’esenzione prevista dal VBER in casi dove ciò fosse giustificato da particolari situazioni di mercato.

Alla luce dei risultati finali dell’Indagine, la Commissione ha in conclusione affermato che focalizzerà la propria attività di enforcement verso quelle pratiche, affermatesi con lo sviluppo del commercio online, che possono avere effetti negativi sulla concorrenza e sul commercio tra Stati e, di conseguenza, sul funzionamento del Mercato Unico Digitale. Inoltre, la Commissione aprirà uno specifico dialogo con le autorità di concorrenza nazionali così da garantire un’applicazione coerente delle norme antitrust con riguardo a tali pratiche.