L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) è tornata ad occuparsi, in sede di tutela dei consumatori, di prenotazioni online di voli arerei. I due casi qui in esame, su cui l’AGCM ha deciso in data 28 settembre 2016 (con provvedimenti pubblicati il 14 ottobre), riguardano i vettori Blue Air e Norwegian, e i rispettivi siti web di prenotazione dei biglietti aerei, i quali – è questa la contestazione - non indicavano, nella prima schermata di scelta di un determinato volo, il prezzo finale dovuto dal consumatore per l’acquisto.

In particolare, secondo la ricostruzione operata dall’AGCM:

  • nel caso di Norwegian, sia nella precedente versione in lingua italiana del sito internet, attivo fino alla metà del mese di settembre 2015, sia nella versione in lingua inglese del sito, la prima indicazione dei prezzi dei biglietti offerti non includeva la commissione per il pagamento con carta di credito, la quale, al termine del processo di prenotazione e acquisto on line, veniva successivamente addebitata ai consumatori in maniera automatica;
  • nel caso di Blue Air, dopo aver selezionato la tratta e la data del volo, nella sezione “scegliere” appariva un prezzo del volo desiderato non inclusivo di talune commissioni e tasse: a tale prezzo veniva infatti aggiunta, sotto l’indicazione “Informazioni su commissioni e tariffe”, la voce “Altre tasse” (8 euro a passeggero per il volo di andata e 4 euro a passeggero per il volo di ritorno). Inoltre, nel momento in cui il consumatore selezionava il mezzo di pagamento scelto per effettuare la transazione, il prezzo finale si incrementava automaticamente, per persona e per tratta, di ulteriori 10 euro, in caso di pagamento con carta di credito, e di 5 euro, in caso di pagamento con bonifico bancario.

A fronte di ciò, l’AGCM in entrambi i casi (al di là di ulteriori valutazioni specifiche ai due procedimenti, quali ad es. le repliche alle doglianze - rigettate - di Norwegian circa l’incompetenza dell’AGCM rispetto al proprio sito internet mondiale):

  • ha ricordato (ed applicato) il proprio costante orientamento secondo cui la “…falsa rappresentazione del prezzo dei biglietti aerei attraverso lo scorporo ex ante dalla tariffa di supplementi di spesa non eventuali, inevitabili e prevedibili - perché interni al controllo del vettore -, nelle pubblicità e/o all’inizio del processo di prenotazione/acquisto on line, induce in errore il consumatore medio circa il prezzo effettivo del servizio offerto e perciò costituisce una pratica commerciale scorretta…”; e 
  • per la prima volta, in relazione alle condotte delle due imprese concernenti le commissioni concernenti i mezzi di pagamento (nella misura in cui le stesse erano successive al giugno 2014), ha applicato l’art. 62 del Codice del Consumo, così come novellato dal d.lgs. 21 febbraio 2014, n. 21 (a sua volta adottato in attuazione della Direttiva 2011/83/UE), il quale prevede che “…i professionisti non possono imporre ai consumatori, in relazione all’uso di determinati strumenti di pagamento, spese per l’uso di detti strumenti, ovvero nei casi espressamente stabiliti, tariffe che superino quelle sostenute dal professionista…”. Al riguardo, l’AGCM ha sottolineato – anche nel relativo comunicato stampa – come tale norma sancisca un “divieto assoluto” di imporre spese ai consumatori italiani per l’utilizzo di un determinato mezzo di pagamento. Il divieto è, da questo punto di vista, diverso e più rigido rispetto alla prescrizione comunitaria, posto che una maggiorazione dovuta a costi effettivamente sostenuti dal professionista/impresa è possibile in Italia “…solo nei casi espressamente stabiliti…”; ebbene “[a]llo stato attuale […] non è stata introdotta nel nostro ordinamento alcuna deroga al citato precetto per cui fermo restando che i beneficiari possono proporre riduzioni di prezzo ai pagatori, sui beni e servizi commercializzati, a fronte dell'utilizzo di specifici strumenti di pagamento, deve ritenersi che il divieto sia generalizzato senza eccezione alcuna”.

Le compagnie aeree low cost Norwegian Air e Blue Air sono state dunque sanzionate rispettivamente con 250.000 e 300.000 euro, anche alla luce degli introiti derivanti dalle suddette condotte.