La questione giuridica.

Recentemente, con Decreto emesso il 25 novembre 2015, n. 3065, il Tribunale di Milano ha riconfermato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale, per impugnare la valutazione di valore della quota del socio di s.r.l. receduto resa dall’esperto nominato dal giudice, è del tutto inidoneo ed inammissibile un ricorso di volontaria giurisdizione richiedendosi, invece, un procedimento contenzioso nel corso di un ordinario giudizio di cognizione.

La preferibile natura contenziosa dell’intervento del giudice è stata ribadita dal tribunale milanese in una vicenda avente ad oggetto il ricorso di volontaria giurisdizione presentato da due soci di una s.r.l. e volto a far accertare i gravi errori e l’iniquità in cui era incorso l’esperto nominato dal Tribunale nella determinazione del valore di liquidazione delle quote possedute da un terzo socio, defunto.

L’accertamento dei vizi di manifesta iniquità o erroneità della valutazione resa dall’esperto, come anche la nuova determinazione che effettuerà il giudice del valore attribuibile alla quota del socio receduto, necessita dello svolgimento di un contraddittorio pieno e di una decisione suscettibile di passaggio in giudicato.

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La dichiarazione di inammissibilità del ricorso di volontaria giurisdizione a cui è giunto il Collegio è stata motivata richiamando la disposizione contenuta nell’art. 2473 comma 3 c.c.. Tale norma non solo riconosce il diritto dei soci a conseguire il rimborso della propria partecipazione in caso di recesso, ma individua anche i criteri liquidativi da rispettare, nonché le diverse modalità esperibili per giungere ad una valutazione che incontri il consenso delle parti.

Se, infatti, manca l’accordo dei soci sul valore da attribuire alla quota da liquidare, il legislatore ammette che, a seguito di istanza della parte più diligente, il Tribunale non agisca direttamente, ma provveda alla nomina di un esperto.

L’attività compiuta da tale soggetto terzo è disciplinata dal richiamo che l’art. 2473 comma 3 compie in favore dell’art. 1349 comma 1 c.c., secondo il quale la valutazione operata dall’esperto all’uopo nominato deve essere attuata mediante “equo apprezzamento” e può essere successivamente impugnata solo nel caso in cui risulti manifestamente erronea o iniqua. Lo stesso Tribunale di Milano, in una precedente pronuncia riguardante un caso analogo a quello qui esaminato ma riferito ad una s.p.a.[1], ha, inoltre, affermato che il criterio “dell’equo apprezzamento” che anima l’attività del terzo arbitratore incontra le limitazioni imposte dai criteri oggettivi normativamente previsti. Da una lettura congiunta dell’art. 2473, comma 3, e dell’art. 1349, comma 1, c.c., nell’ambito della s.r.l., tali criteri possono essere individuati (i) nella proporzionalità tra il rimborso riconosciuto al socio recedente ed il patrimonio sociale (ii) nella liquidazione della partecipazione che consideri il valore di mercato del patrimonio della società al momento della dichiarazione di recesso[2].

Mediante il rimando all’art. 1349 c.c. il legislatore, dunque, ha previsto che un terzo arbitratore possa concorrere, attraverso la sua attività valutativa, ad integrare l’oggetto del contratto tra socio e società (i.e. la liquidazione della quota) che, a causa del mancato accordo dei soci, risulta sino a quel momento indeterminato[3].

Dal momento che, come detto, l’operato dell’esperto deve compiersi nel rispetto dei criteri legalmente previsti, il controllo giudiziale può intervenire in seconda battuta e, più precisamente, nell’ipotesi in cui la determinazione svolta dal terzo risulti viziata da iniquità o da errore manifesto.

Il decreto di cui si discute, emesso dal Tribunale di Milano il 24 novembre 2015, n. 3065, ha posto la sua attenzione proprio su tale momento, ribadendo che il controllo giudiziale, volto per prima cosa ad accertare l’errore o l’iniqua valutazione in cui è incorso l’arbitratore e poi indirizzato alla nuova determinazione del valore della partecipazione del socio receduto, necessita il dispiegarsi di un contraddittorio pieno e suscettibile di passaggio in giudicato e ciò perché la verifica dell’attività posta in essere dall’esperto avvenga in relazione alle regole tecniche sottese al suo operato e non sulla base di nozioni di comune esperienza[4].

Detto in altri termini, l’impugnazione per manifesta iniquità o erroneità della determinazione del valore di liquidazione della partecipazione del socio receduto compiuta dall’esperto nominato dal Tribunale esula dall’ambito applicativo del rito camerale monosoggettivo previsto dagli artt. 27 e 29 del D.lgs. 5/2003, il quale può rivolgersi solo alla nomina del perito e non anche alla fase di impugnazione del valore della quota liquidata.

La posizione consolidata della giurisprudenza sul tema non sembra, tuttavia, trovare un  riscontro altrettanto certo nelle argomentazioni elaborate dalla dottrina che nel corso del tempo ha affrontato l’argomento. Mentre una parte degli interpreti si assesta sulla stessa posizione della giurisprudenza[5], altri non escludono che l’impugnazione della determinazione di valore compiuta dall’esperto possa svolgersi in sede di volontaria giurisdizione, poiché ritengono che l’intervento del Tribunale in tale circostanza assolva una funzione integrativa del contratto tra società e socio dal punto di vista dell’oggetto (determinando il valore di liquidazione della quota) e non risolva, invero, alcuna controversia in atto.