Si aprono nuovi scenari in materia di diritto d’autore online in seguito alla pronuncia della Corte di Giustizia UE (Ordinanza 21/10/2014, n. C-348/13) che stabilisce come embeddare (in italiano integrare, includere o più correttamente incorporare) senza autorizzazione un video da una piattaforma di videosharing non costituisca violazione del copyright. Una decisione che sicuramente avrà ripercussioni su un tema che già aveva visto antagonisti SIAE da una parte e i magazine e i blog cinematografici online dall’altra anche se, come vedremo, non costituisce una novità giuridica assoluta.

  1. Cosa significa embeddare?

Innanzitutto è necessario capire in cosa consista l’attività di embedding. In generale, si tratta dell’incorporazione all’interno di un documento o di una piattaforma (container) di un calcolo o codice realizzato e pubblicato altrove. Nel caso di specie, trattasi dell’inserimento all’interno di un sito web di contenuti multimediali pubblicati su altre piattaforme tramite la copia del codice HTML di quei contenuti. A differenza del linking, tramite il quale si crea un semplice collegamento al sito originario su cui è stato pubblicato il contenuto e su cui tale contenuto verrà fruito, con l’embedding il contenuto è fruibile direttamente sul sito in cui il codice è incorporato.

  1. Due modi per intendere l’embedding

Ebbene, il problema giuridico sta tutto nel capire se tale attività costituisca una nuova o diversa comunicazione al pubblico del contenuto multimediale (con conseguente necessaria autorizzazione del titolare del contenuto) o sia di fatto solamente un collegamento ad un contenuto comunque già disponibile a tutti gli utenti della rete, quindi affine all’attività di condivisione di un link.

I sostenitori della prima posizione, tra cui SIAE, ritengono che i siti, tramite l’embedding, mettono a disposizione una funzionalità attiva che consente ai propri utenti di accedere ai contenuti memorizzati da siti terzi attraverso le proprie pagine configurando ciò di fatto una comunicazione al pubblico ulteriore rispetto a quella realizzata dal sito di hosting [1]. Non solo. Tale offerta avviene senza costi di hosting per l’archiviazione dei contenuti, senza costi di connessione per la trasmissione degli stessi e senza ovviamente costi di licenza. Un’attività quindi che configurerebbe un vero e proprio sfruttamento illegittimo della proprietà intellettuale altrui.

Il suddetto orientamento è andato via via affievolendosi in favore di una posizione più permissivista, non solo giuridicamente più fondata ma anche più aderente alla realtà. Posizione che ha trovato un primo forte sostegno in una decisione della Corte di Appello Federale degli Stati Uniti [2] che già nell’agosto 2012 anticipava quanto sarebbe stato dichiarato più di due anni dopo della Corte di Giustizia UE. Secondo tale pronuncia, incorporare un video non costituisce alcuna infrazione del copyright dal momento che la violazione del copyright si realizza solo nel momento in cui il video viene copiato oppure diffuso al pubblico, mentre utilizzando il codice di embed il video materialmente rimane sul sito originario. In altri termini, sul sito container si ha solo un’incorporazione tramite frame, un collegamento al contenuto presente altrove che fa sì che l’embedding, così come il linking, non costituisca attività illegittima.

  1. L’ordinanza della Corte di Giustizia UE

A tale soluzione è ora giunta anche la Corte di Giustizia UE sebbene attraverso un percorso diverso rispetto a quello seguito della Corte statunitense. Le basi erano già state poste con la sentenza del caso Göteborgs-Posten (Sentenza 13/02/2014, n. C-466/12), in cui i Giudici hanno ritenuto l’attività di linking legittima in quanto la messa a disposizione di opere tramite un collegamento cliccabile non porta a comunicare delle stesse ad un pubblico nuovo. Infatti, solamente l’attività che permette l’accesso ad un contenuto ad un pubblico nuovo, cioè ad un pubblico che i titolari del diritto d’autore non abbiano considerato al momento in cui abbiano autorizzato la comunicazione iniziale al pubblico, configura violazione del copyright.

Su tali basi si è quindi pronunciata il mese scorso la Corte in tema di embedding, stabilendo che il solo fatto che un’opera protetta, liberamente disponibile su un sito Internet, venga inserita in un altro sito Internet mediante un collegamento utilizzando la tecnica dell’”inclusione” (framing) non può essere qualificata come “comunicazione al pubblico” ai sensi dell’art. 3, par. 1, Direttiva 2001/29/CE dal momento che l’opera non è trasmessa ad un pubblico nuovo né comunicata secondo una modalità tecnica specifica diversa da quella della comunicazione originale.

La Corte quindi in entrambi i casi ha posto al centro del proprio ragionamento l’identità dei destinatari dei contenuti piuttosto che la natura dell’attività svolta (come invece fatto dai giudici americani). Ciò ha portato i giudici americani ad una conclusione ulteriore rispetto a quella dei giudici europei: l’attività svolta dal proprietario di un sito su cui vengono incorporati da altri soggetti contenuti accessibili solo tramite abbonamento o registrazione al sito originario non si configura come violazione del copyright [3].

  1. Conclusioni

E’ innegabile che un passo in avanti sia stato fatto in materia di linking embedding nonostante in ritardo rispetto a quanto fatto oltreoceano. Ci sono ancora molti aspetti da chiarire sul tema, come quello già affrontato dalla Corte statunitense sulle responsabilità di piattaforme terze (come Facebook, Google e altri) in caso di embedding, da parte di un utente, di contenuto non liberamente accessibile. Riteniamo tuttavia che la direzione verso un punto di equilibrio fra tutela del diritto d’autore e libera condivisione dei contenuti sia quella giusta.