Il Tribunale dell’UE (Tribunale), rigettando i ricorsi presentati da quattro società spagnole sanzionate nel 2010 per aver partecipato ad un’intesa nel mercato dell’acciaio per precompresso, con la sentenza del 2 giugno ha inserito un nuovo pezzo nel puzzle che sta delineando le sorti dei 28 ricorsi che tra il 2010 ed il 2014 sono stati presentati dinanzi allo stesso nell’ambito della predetta intesa. A detta del Tribunale, la Commissione europea (Commissione) non è incorsa in alcun errore né nell'attribuzione della responsabilità alle ricorrenti né nel metodo utilizzato per il computo della relativa sanzione.

Tutto è iniziato nel 2010, quando la Commissione ha sanzionato 18 imprese per un’asserita intesa tra fornitori di acciaio per precompresso che si sarebbe attuata tra gli anni 80/90 ed il 2002 e che sarebbe consistita nella fissazione di quote e di prezzi, nella ripartizione di clienti, nonché nello scambio di informazioni commerciali sensibili. Tali informazioni sarebbero state scambiate durante una serie di riunioni avvenute a livello sia europeo (c.d. Club di Zurigo sino al 1997, cui era seguito poi un accordo paneuropeo denominato Club Europa), sia nazionale e regionale (i c.d. Club Italia e Club Espana). La Commissione aveva ritenuto che le imprese avessero commesso un’infrazione unica e continuata. Quattro società spagnole (Ricorrenti) parte del gruppo spagnolo Celsa avevano partecipato all'intesa e, secondo la Commissione, esse costituivano un’unica entità economica. Inoltre, le Ricorrenti avevano ritenuto di non essere in grado di pagare le ammende loro inflitte senza compromettere la propria presenza sul mercato ed avevano presentato alla Commissione una domanda diretta ad ottenere una nuova stima della propria capacità contributiva. Tale domanda è stata tuttavia respinta con una lettera della Commissione del 2012. Pertanto, le Ricorrenti avevano proposto ricorso sia contro la decisione della Commissione, sia contro detta lettera del 2012.

Le Ricorrenti contestavano in primo luogo la loro appartenenza ad un’unica entità economica. Su tale aspetto il Tribunale ha ritenuto che la Commissione avesse correttamente individuato diversi indici in grado di dimostrare l’integrazione economica delle Ricorrenti e dunque tali da rendere plausibile l’esistenza di un’unica entità economica. In particolare detti indici consistevano in stabili legami strutturali intercorsi tra le Ricorrenti durante tutto il corso dell’infrazione e soprattutto nel fatto che le Ricorrenti sono state percepite dagli altri membri dell’intesa come un unico concorrente. Ulteriori elementi atti a suffragare la tesi della Commissione sono stati l’esistenza di personale in comune tra le Ricorrenti ed una strategia condivisa per ottimizzare le risorse di produzione e le vendite. Inoltre, il Tribunale ha ritenuto corretta l’individuazione da parte della Commissione di un’infrazione unica e continuata, in quanto l’esistenza di più fasi e le differenze nella portata geografica e temporale intervenute non scalfivano l’esistenza di un unico disegno che si era evoluto durante il periodo di attuazione dell’intesa e dunque non minava l’unicità dell’asserita infrazione.

Interessante appare la motivazione con cui il Tribunale ha affermato che la Commissione non ha violato il principio d’irretroattività della legge penale nel momento in cui ha applicato i propri orientamenti del 2006 ai fini del calcolo dell’importo dell’ammenda da infliggere alle Ricorrenti per un’infrazione che era stata commessa prima della loro adozione: (i) la Commissione può in ogni momento adottare nuove regole in via di autoregolamentazione in ragione dei propri obiettivi di policy e dunque le imprese coinvolte in un procedimento amministrativo non possono maturare un legittimo affidamento sul fatto che la Commissione non modifichi la prassi metodologica che adotta per l’applicazione delle sanzioni; (ii) il metodo di calcolo introdotto dagli orientamenti del 2006 era ragionevolmente prevedibile per le Ricorrenti al tempo della commissione dell’infrazione; (iii) le ricorrenti non hanno contestato l’applicabilità degli orientamenti del 2006 al caso di specie, ma il fatto che gli stessi hanno determinato nei loro confronti un’ammenda più elevata. Tuttavia, il principio di irretroattività non osta a che l’applicazione di una nuova metodologia di calcolo determini una sanzione più elevata, a patto che essa sia prevedibile. Per questi motivi, per il Tribunale la Commissione non è incorsa in alcuna violazione dei principi di irretroattività e di legalità della legge penale.

Una strada in salita dunque quella che si prospetta alle Ricorrenti qualora decidessero di presentare appello dinanzi alla Corte di Giustizia. Seguendo il ragionamento del Tribunale in tema di irretroattività della legge penale, le imprese dovrebbero tener conto della possibilità che la Commissione possa in ogni momento decidere di aumentare il livello delle ammende rispetto a quello applicato in passato. Tuttavia, l’ammissione della discrezionalità della Commissione andrebbe coniugata con la certezza del diritto per evitare che gli operatori economici possano rischiare di non conoscere in anticipo e con esattezza i criteri decisionali della Commissione, specie se i mutamenti nella prassi della stessa intervengono tra il momento in cui viene posta in essere l’infrazione ed il momento in cui essa viene sanzionata. La questione di cosa possa esser ritenuto “ragionevolmente prevedibile” rimane un punto delicato della decisione.