Il TAR Lazio, con sentenza n. 8778/2015, torna sulla decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (già esaminata qui) che aveva contestato al Consiglio Nazionale Forense la realizzazione di una “intesa avente ad oggetto la restrizione del gioco della concorrenza nel mercato dei servizi professionali resi dagli avvocati in Italia, con evidente svantaggio per i consumatori finali”, consistente nell’adozione di due decisioni (la circolare 22-C/2006 e il parere n. 48/2012) “volte a limitare direttamente e indirettamente l’autonomia dei professionisti rispetto alla determinazione del proprio comportamento economico sul mercato, stigmatizzando quale illecito disciplinare la richiesta di compensi inferiori ai minimi tariffari e limitando l’utilizzo di un canale promozionale e informativo attraverso il quale si veicola anche la convenienza economica della prestazione”, a seguito della quale aveva erogato una sanzione pari a € 912.536,40 (provvedimento n. 25154 del 22/10/2014).

Dopo aver superato una serie di censure procedurali relative al potere dell’AGCM di valutare gli atti del CNF, sia in merito all’iter procedimentale seguito che alla natura e al contenuto delle decisioni oggetto della controversia, vengono affrontati i motivi inerenti alla decisione dell’Agcm, con i quali si contesta la violazione e falsa applicazione dell’art. 101 TFUE, la mancanza nel caso di specie di una restrizione della concorrenza e il quantum della sanzione comminata.

In primo luogo il Collegio esamina i motivi relativi alla circolare 22-C/2006 e ritiene fondato il rilievo formulato con il quinto motivo dal CNF, annullando il provvedimento sanzionatorio dell’AGCM nella parte in cui qualifica come intesa la suddetta circolare.

La contestazione dell’AGCM, infatti, era legata alla ripubblicazione della circolare nel sito internet del CNF e nella banca dati gestita da Wolters Kluwer Italia S.r.l., circostanza che avrebbe comportato una reintroduzione dell’obbligatorietà dei minimi tariffari in violazione con la normativa. Pertanto, vero che “è sufficiente che un’intesa abbia un oggetto anticoncorrenziale ai fini della sua qualificazione in termini di illiceità” a prescindere dal fatto che abbia materialmente prodotto effetti sul mercato, tuttavia “la ripubblicazione nel 2008 di tale documento […] non può avere avuto di certo lo scopo che l’Agcm gli attribuisce atteso che in alcun caso esso avrebbe potuto essere raggiunto proprio per il comportamento tenuto, nel 2007, dal Cnf”.

Infatti, la circolare in questione era stata espressamente superata da una successiva circolare (n. 23/2007), che è stata sempre visibile sul sito del CNF e che, in ogni caso, è stata trasmessa a tutti i Consigli dell’Ordine, ai quali “è stato ufficialmente comunicato, con un atto della stessa natura e portata della circolare del 2006, che quanto affermato nel 2006 non poteva più considerarsi operante”, non essendo certamente sufficiente ad individuare la volontà anticoncorrenziale del CNF la mera ripubblicazione della circolare sul proprio sito internet.

Per quanto riguarda i motivi relativi al parere n. 48/2012, invece, il TAR conferma la decisione assunta dall’AGCM e rigetta le contestazioni del CNF, secondo il quale la funzione dei siti web quali quello oggetto del parere richiesto dal Consiglio dell’Ordine di Verbania non si limiterebbe alla mera pubblicità, ma si proporrebbe, a titolo oneroso, di mettere in contatto l’offerente e il consumatore destinatario della proposta, assumendo la funzione di vero e proprio procacciatore di clienti in violazione del Codice deontologico.

Privo di rilievo risulta l’asserito vizio del provvedimento impugnato derivante da un travisamento del fatto stigmatizzato nel parere n. 48/2012, che non sarebbe l’uso di un nuovo canale di diffusione delle informazioni relative all’attività professionale, quanto una pubblicità priva di seria informazione e indeterminata, avente ad oggetto solo una percentuale di sconto senza alcuna indicazione del prezzo su cui calcolarlo e senza alcuna descrizione dell’attività offerta. In realtà, rileva il TAR, le imputazioni mosse al CNF dall’AGCM hanno ad oggetto proprio quest’ultimo aspetto, e comunque entrambi i profili sono stati esaminati dal provvedimento impugnato.

Il TAR, inoltre, concorda con la tesi, accertata in sede di istruttoria, che AmicaCard non svolge attività di intermediazione, ma “mette solo a disposizione dell’avvocato, in cambio di un corrispettivo in denaro, uno spazio on line nel quale questi può presentare l’attività professionale svolta e proporre uno sconto all’utente che decida di utilizzare i suoi servigi” fermo il fatto che “per l’eventuale conferimento del mandato (non essendo il primo approccio per nulla vincolante) si seguiranno le vie ordinarie”.

Infine, il Collegio, ribadendo la correttezza del criterio adottato dall’AGCM per il calcolo della sanzione (valore relativo ai contributi versati dagli avvocati inscritti negli albi e negli elenchi moltiplicato per il coefficiente di gravità assegnato alla violazione e per il numero di anni della stessa), precisa che il quantum dovrà essere rivisto solo nella parte in cui l’AGCM aveva considerato come intesa anche la circolare 22-C/2006, rimettendo all’AGCM la rideterminazione del nuovo ammontare.