In occasione di EXPO 2015 quante volte sentiremo parlare di Nocciola del Piemonte, nocciola di Giffoni o nocciola romana? Jamón ibérico o Jamón serranoBrie de Meaux, Brie de Melun Camembert de Normandie?

I prodotti alimentari sono sovente caratterizzati dalle componenti culturali, sociali, naturali ed economiche del territorio dove sono stati realizzati ed è proprio la riconducibilità al medesimo territorio a generarne la reputazione. Per meglio dire, l’affermazione di alcuni prodotti sul mercato di riferimento dipende in misura essenziale o, addirittura, esclusiva dalla riconducibilità alla loro area di provenienza.

A trarre benefici dalla denominazione geografica dei prodotti sono tanto i produttori – i quali costruiscono con maggiore facilità la propria reputazione – quanto i consumatori che devono sobbarcarsi costi inferiori per la ricerca dei prodotti e che hanno maggiore certezza di acquistare prodotti di elevata qualità. Si noti che le pratiche commerciali tali da trarre in inganno i consumatori circa l’origine geografica di un prodotto sono scorrette e dunque vietate (cfr. art. 21 co. 1 lett. b del D.Lgs. 206/2005 e art. 6 co. 1 lett. b della Direttiva 2005/29/CE). Anche lo sviluppo delle aree rurali ne risulta giovato, considerate le diffuse forme di sostegno alla produzione di prodotti tradizionali e gli altri benefici che derivano “a cascata” (in termini di entrate supplementari, crescita reputazionale e incremento del turismo).

Tenuto conto dell’indubbia rilevanza che l’indicazione geografica dei prodotti alimentari assume – in particolar modo in Italia –abbiamo pensato di condensare alcune nozioni di base al riguardo[1].

La disciplina giuridica relativa all’indicazione geografica dei prodotti è estremamente frammentaria tanto a livello nazionale quanto sovranazionale. A livello internazionale, in particolare, si riscontra una notevole difficoltà ad armonizzare interessi di Paesi con una forte tradizione enogastronomica – come il nostro – rispetto ad interessi di Paesi non caratterizzati da tale tradizione. In ogni caso, già nella Convenzione d’Unione di Parigi per la protezione della proprietà industriale (CUP) del 20 marzo 1883 “le indicazioni di provenienza o denominazioni di origine” sono espressamente incluse nell’ambito della proprietà industriale (cfr. art. 1.2)[2].

Le indicazioni geografiche, in generale, sono segni distintivi della provenienza che consistono nell’accostamento del nome di un prodotto al suo “nome geografico”. Il nome geografico comporta l’attribuzione al prodotto di fattori territoriali e sociali rilevanti che evocano, come accennato, qualità. La riconducibilità al territorio propria di tali denominazioni detiene dunque una capacità distintiva più marcata rispetto ad un mero toponimo.

Di maggiore rilievo sono le denominazioni di origine (“DOP”) e le indicazioni di provenienza (“IGP”) disciplinate, a livello comunitario, dal Regolamento UE 1151/2012[3] e, a livello nazionale, dagli articoli 29 e 30 del Codice della proprietà industriale (“CPI”)[4].

Le indicazioni di provenienza – diversamente dalle denominazioni di origine – sono caratterizzate da un collegamento con il territorio di minore intensità. La dottrina e la giurisprudenza prevalenti ricollegano infatti l’indicazione di provenienza all’uso del nome di una regione o di un luogo per designare prodotti il cui processo produttivo si svolga anche solo in parte all’interno del territorio connotante la reputazione, le qualità o le caratteristiche dei prodotti medesimi, dovendo in sostanza risalire a tale territorio la tradizione del medesimo prodotto. Si pensi, ad esempio, alla Bresaola della Valtellina che è IGP e non DOP poiché ottenuta da carni di animali che non sono allevati in Valtellina, pur seguendo i metodi di produzione tradizionali e beneficiando, nel corso della stagionatura, del clima particolarmente favorevole della zona.

La denominazione d’origine protetta è invece destinata a identificare i prodotti il cui intero ciclo produttivo –dalla produzione della materia prima sino all’ottenimento del prodotto finito – sia localizzato in detto territorio, così da esprimere un nesso più stretto con i valori di pregio ivi espressi.

L’assenza del cosiddetto “milieu géographique” ossia dell’idoneità di fattori connessi all’ambito geografico di provenienza a condizionare le caratteristiche del prodotto, cosicché queste ultime possano essere conservate immutate anche quando l’intero ciclo produttivo avvenga altrove, preclude in linea di massima la tutela della denominazione e/o dell’indicazione d’origine.

Intendiamo infine segnalarvi un ulteriore strumento di proprietà intellettuale utile a designare la provenienza dei prodotti ossia i marchi collettivi geografici che, ai sensi degli art. 2570 cod. civ. e 11 comma 4 del CPI[5], sono marchi la cui registrazione viene richiesta non già da un singolo imprenditore che lo utilizza per contraddistinguere i prodotti provenienti dalla propria attività, bensì da “soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti e servizi per concederne l’uso secondo le norme dei rispettivi regolamenti, a produttori e commercianti”. Essi sono dunque di titolarità di un ente (come ad esempio un’associazione, una cooperativa o un consorzio di artigiani, produttori o commercianti) che dispone il regolamento di utilizzo del marchio stesso, non potendone vietare l’uso a terzi ove sia conforme ai principi della correttezza professionale.  Si tratta di una deroga al generale divieto di registrazione di segni indicativi della provenienza di un prodotto che, per i marchi individuali, è contenuto nell’art. 13 comma 1 CPI. Tale deroga trova giustificazione nel fatto che i marchi collettivi geografici, oltre ad indicare la provenienza geografica di un prodotto, contengono elementi dotati di capacità descrittiva (attinenti ad esempio specifiche qualità del prodotto, cfr. cit. art. 11 co. 4 CPI). In ciò si differenziano dalle già richiamate denominazioni e indicazioni geografiche, oltre che per il fatto che si collocano nell’alveo dei segni distintivi e presuppongono un provvedimento di registrazione da parte dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (“UIBM”). Esempi di marchi collettivi geografici sono “Terre di Siena”, di cui è titolare la Provincia di Siena, e “Vero Cuoio Italiano” che fa capo all’Unione Nazionale Industria Conciaria (“UNIC”).

Per concludere, segnaliamo che la rilevanza delle tematiche cui si è fatto cenno è ancor più crescente, tenuto conto dell’annunciata revisione dell’Accordo di Lisbona sulla protezione delle denominazioni d’origine e sulla loro registrazione internazionale, finalizzata a rendere più attrattiva l’adesione al cosiddetto “sistema Lisbona”. Il prossimo passo annunciato è la conferenza diplomatica che avrà luogo dall’11 al 21 maggio 2015 presso la sede del WIPO a Ginevra. Proprio in concomitanza con EXPO 2015.