Con la sentenza n. 4228 del 3 marzo 2015 la Corte di Cassazione si è pronunciata su una questione di minimo valore da un punto di vista economico ma che potrebbe avere conseguenze significative sul piano giuridico. Con tale pronuncia infatti la Suprema Corte ha sancito un principio che, se applicato in futuro dai giudici di merito, avrà sicuramente delle forti ripercussioni sui limiti all’esercizio dell’azione processuale e, in particolare, sull’efficacia dell’attività giudiziale di recupero del credito.

Il fatto

La controversia giunta fino alla soglia del “Palazzaccio” si può riassumere come segue: il creditore notifica al debitore un atto di precetto per una somma pari a circa Euro 17.000,00. Il soggetto destinatario dell’atto paga quanto richiesto eccetto gli interessi sul capitale maturati dalla data di notifica del precetto fino al pagamento della somma. Il creditore così instaura una procedura esecutiva per il recupero del residuo (pari a circa Euro 20,00). Il debitore si oppone all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. eccependo l’estinzione del credito per cui si procedeva in virtù del pagamento effettuato. Il Tribunale accoglie l’opposizione dichiarando, in merito alla somma per cui si era agito, che “si trattava di importo oggettivamente simbolico” e che quindi “in ossequio ai principi di correttezza e proporzionalità, non si giustificava l’avvio di una procedura esecutiva per il pagamento dell’intero credito, di cui il creditore avrebbe dovuto dare atto nel corso della procedura” (Trib. Bergamo, Sez. Dist. Treviglio, 28 marzo 2008).

La sentenza

Il creditore insoddisfatto ha così proposto ricorso in cassazione mediante il quale, tra le altre cose, censurava la dichiarazione del giudice di merito sopra riportata in quanto nessuna norma autorizza il giudice ad eliminare un credito, qualunque ne sia l’entità, pena la violazione dell’art. 24 Cost. Ebbene, gli “ermellini” hanno ritenuto infondato il suddetto motivo di ricorso per una serie di ragioni tra loro connesse.

Innanzitutto, la Corte si sofferma sul concetto di “interesse ad agire” ex art. 100 c.p.c. e, in particolare, di interesse a proporre l’azione esecutiva. Tale interesse, “quando abbia ad oggetto un credito di natura esclusivamente patrimoniale, nemmeno indirettamente connesso ad interessi giuridicamente protetti di natura non economica, non diversamente dall’interesse che deve sorreggere l’azione di cognizione, non può ricevere tutela giuridica se l’entità del valore economico è oggettivamente minima e quindi tale da giustificare il giudizio di irrilevanza giuridica dell’interesse stesso. Il fatto che non vi sia alcuna norma che assegni al giudice poteri di disporre liberamente di un credito azionato “non esclude certamente che la legge possa richiedere, nelle controversie meramente patrimoniali, che per giustificare l’accesso al giudice il valore economico della pretesa debba superare una soglia minima di rilevanza, innanzi tutto economicae, quindi, anche giuridica.

I giudici chiedono poi al creditore, preso atto della carenza di risorse economiche e umane in cui versa il “sistema giustizia”, di collaborare in prima persona con gli organi giudiziari per velocizzare il processo civile, anche a costo di rinunciare a legittime, seppur minime, pretese patrimoniali.

Infine, la sentenza richiama due principi che giustificherebbero ulteriormente il rigetto del motivo in questione: “a) la regola di correttezza e buona fede, che specifica all’interno del rapporto obbligatorio la necessità di soddisfare gli “inderogabili doveri di solidarietà”, il cui adempimento è richiesto dall’art. 2 Cost., regola che viene violata quando il creditore aggravi ingiustificatamente la posizione del debitore; b) la garanzia del processo giusto e di durata ragionevole di cui al novellato art. 111 Cost., la quale esclude, innanzi tutto, che possa ritenersi “giusto” il processo che costituisca esercizio dell’azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanzialeche segna il limite, oltreché la ragione dell’attribuzione, al suo titolare, della potestas agendi”.

De minimis non curat praetor

Le argomentazioni sopra riportate e che hanno spinto la Suprema Corte a respingere il ricorso possono pertanto essere riassunte con il seguente brocardo: de minimis non curat praetor.

Tale principio – letteralmente, il pretore non si occupa di cose di poca importanza – fino ad oggi era sempre stato applicato in decisioni riguardanti la risarcibilità del danno non patrimoniale. Quasi un paradosso se consideriamo che la sentenza qui esaminata pone quale condizione per l’applicazione di tale principio la sussistenza di un credito di natura esclusivamente patrimoniale.

Nella sentenza oggetto del presente esame è tuttavia evidente il riferimento alla normativa e alla giurisprudenza in materia di danni non patrimoniali. E’ chiaro, seppur implicito, il richiamo alla condizione di ricevibilità ex art. 35, c. 3 lett. b) CEDU introdotta nel 2010, che prevede che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo debba dichiarare irricevibile qualsiasi ricorso a lei presentato se ritiene che il ricorrente non ha subito alcun pregiudizio importante.

Principio richiamato altresì da numerose pronunce di legittimità tra le quali, la più recente, Cass. Civ. Sez. III, Sent., 15-07-2014, n. 16133 che ha sancito come “la giustificazione della cosi modulata “soglia di risarcibilità” del danno non patrimoniale, dettata dall’esigenza di arginare la “proliferazione delle c.d. liti bagatellari”, si rinviene […] nel “bilanciamento tra il principio di solidarietà verso la vittima, e quello di tolleranza, con la conseguenza che il risarcimento del danno non patrimoniale è dovuto solo nel caso in cui sia superato il livello di tollerabilità ed il pregiudizio non sia futile.[…] Nondimeno, quello che icasticamente viene indicato come il principio de minimis non curat praetor guida la Corte Europea dei diritti dell’uomo nella delibazione di ricevibilità dei ricorsi, ai sensi dell’art. 35, p.2 b), della Convenzione, alla stregua del criterio del “pregiudizio significativo”, che porta a verificare, in concreto, se la violazione di un diritto abbia raggiunto “una soglia minima di gravità per giustificare l’esame da parte di una giurisdizione internazionale” (cosi, da ultimo, Corte EDU, sentenza Cusan e Fazzo c. Italia, n. 77/07, 7 gennaio 2014).[…] Il principio di solidarietà costituisce allora il punto di mediazione che consente al sistema ordinamentale di salvaguardare il diritto del singolo nell’ambito della collettività; esso, pertanto, non giustifica in sé la necessità di un apparato di tutela dei diritti inviolabili, ma, tuttavia, ne sorregge l’effettività, rendendolo sostenibile come sistema operante all’interno di una concreta comunità di persone che deve affrontare i costi di una esistenza collettiva”.

Solidarietà e sostenibilità

Il creditore pertanto, nell’agire per il recupero della propria somma, dovrà effettuare una valutazione preliminare sulla natura e sull’entità del proprio credito se non vuole che il giudice vanifichi la sua azione. In altri termini, dovrà giudicare se il danno subito sia tollerabile, alla luce di quel principio di solidarietà sociale sancito dall’art. 2 Cost. e che, evidentemente, prevale su quello di tutela giudiziale ex art. 24 Cost. Una solidarietà che non deve essere intesa nei soli confronti del debitore, ma anche nei confronti dell’intera comunità la quale subisce l’inefficienza del sistema giudiziario anche a causa di tali azioni che sottraggono risorse utili a risolvere questioni di maggiore importanza.

Tuttavia, l’applicazione di tali principi a situazioni di danno patrimoniale fa sorgere non pochi dubbi.

Numerose sentenze hanno definito in passato l’interesse ad agire come la situazione in cui si trovi un soggetto che prospetti l’esigenza di ottenere un risultato utile, giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice (Cass. Civ. n. 6749/2012; Cass. Civ. n. 8464/2011; Cass. Civ. n. 28405/2008; Cass. Civ. n. 8200/2003; Cass. Civ. n. 2721/2002). Ma quale somma può ritenersi giuridicamente apprezzabile? Come determinare la soglia di valore sotto la quale l’azione perde dignità giuridica? La Corte non risponde esaurientemente a tali domande ma si limita a richiamare il criterio di oggettività nel valutare la rilevanza di un credito. Criterio che però è tutt’altro che oggettivo e che anzi è soggetto alla valutazione discrezionale del singolo giudice. Inoltre, viene da chiedersi in quale altro modo il creditore potrebbe ottenere un pagamento, seppur irrisorio, da un debitore che non vuole adempiere, se non mediante l’azione giudiziale.

Non c’è che dire, la decisione qui esaminata farà molto discutere. Il principio in essa sancito sembra sorto più per motivi di opportunità che di giustizia e ciò potrebbe in futuro dare adito ad abusi da parte della parte debitrice. Non rimane altro che rimettersi al buon senso della magistratura.