Il Tribunale di Roma, con la sentenza del 27 aprile 2016 n. 8437, ha condannato la società statunitense Break Media al pagamento della somma complessiva di 115.000 € per i danni conseguenti alla violazione dei diritti d’autore vantati da R.T.I. – società del Gruppo Mediaset – in relazione a note trasmissioni televisive di successo quali: “Striscia la Notizia”; “Paperissima”; “Le Iene”; “Scherzi a Parte”.

Secondo i giudici romani, tali violazioni si sono realizzate in quanto la piattaforma online “Break.com” di proprietà di Break Media ha diffuso senza autorizzazione spezzoni delle sopra citate trasmissioni, benché gli stessi spezzoni fossero stati caricati sulla piattaforma dagli utenti di Break.com.

Sembra quindi ancora una volta in bilico il principio della c.d. neutralità dell’intermediario sancito dall’art 16 della direttiva comunitaria n. 31/2000 e trasposto nell’ordinamento italiano con l’art.17 del D.lgs. N. 70/2003.

Tale principio prevede che il prestatore di servizi di memorizzazione di informazioni (il c.d. “Hosting Service Provider”) non è responsabile delle informazioni immesse su richiesta dei propri utenti, salvo che una volta avuta conoscenza di un illecito non si attivi immediatamente per rimuoverle o disabilitarne l’accesso.

Il regime di neutralità non è tuttavia esclusivo, almeno secondo l’elaborazione giurisprudenziale italiana.

Le corti italiane hanno infatti evidenziato una distinzione, in realtà non presente in alcuna norma di legge, tra “Internet Service Provider Passivo”, che offre un servizio di memorizzazione di informazioni senza svolgere alcun ruolo nella trasmissione e selezione di contenuti, ed “Internet Service Provider Attivo”, che svolge un ruolo attivo nella trasmissione, selezione, organizzazione di contenuti e, per questa ragione, diventa responsabile rispetto a tali contenuti secondo le ordinarie regole di responsabilità civile (articolo 2043 c.c.).

Il giudizio sulla responsabilità dell’Internet Service Provider (ISP) rispetto alle informazioni o contenuti trasmessi si risolve quindi in un esame dell’attività svolta dallo stesso ISP per stabilire quando assuma un ruolo meramente tecnico e passivo ovvero eserciti un ruolo “attivo” nell’attività di trasmissione e selezione dei contenuti.

Nel caso in esame, la convenuta Break Media ha sostenuto di aver offerto un mero spazio virtuale rispetto al quale l’attività svolta sarebbe stata puramente tecnica non essendo stati compiuti interventi per la realizzazione e/o gestione dei contenuti. ll Tribunale di Roma non ha condiviso, tuttavia, questa tesi, rilevando che:

  • i contenuti non erano stati “casualmente immessi dagli utenti ma catalogati ed organizzati in specifiche categorie con intervento diretto anche contenuti anche con diversi modi di utilizzazione”;
  • era previsto un “intervento diretto anche nei contenuti con diversi modi di utilizzazione e possibilità di scegliere all’interno del programma, la parte che interessa collegandola ad altri video correlati”;
  • erano stati implementati avanzati meccanismi tecnici di collegamento tra i file caricati sulla piattaforma e i messaggi pubblicitari sulla cui raccolta e vendita Break Media basa il proprio modello di business.

Muovendo da queste rilievi, i giudici di Roma sono quindi pervenuti alla conclusione che l’attività oggetto di giudizio non fosse soggetta ai limiti di responsabilità stabiliti dall’art. 17 del D. Lgs. 70/03: la piattaforma online “Break.com” violava infatti la condizione di neutralità del prestatore di servizio rispetto all’informazione fornita, funzionando come un “aggregatore” che organizza e mette a disposizione i contenuti audiovisivi immessi in rete al fine di fornire agli utenti un nuovo prodotto dotato di una sua precisa e specifica autonomia.

A far sorgere la responsabilità di Break Media, continuano ancora i giudici di Roma, non vi era poi la necessità che RTI fornisse a Break Media gli URL (“Uniform Resource Locator”), cioè i “luoghi” in cui i contenuti illeciti vietati erano stati caricati dagli utenti di Break.com. Non ha quindi trovato conferma l’orientamento espresso dalla Corte di Appello di Milano nel caso Yahoo[1], secondo il quale il titolare di diritti deve inviare all’ISP una diffida non generica ma “contenente gli indirizzi specifici compendiati in singoli URL” al fine di renderlo edotto dell’illecito. Sul punto i Giudici di Roma hanno sottolineato che la specifica indicazione di ogni URL è “insostenibile” perché rende difficile e quasi impossibile ottenere la tutela, e quindi in concreto giunge a disapplicare tutte le direttive europee e le sentenze della Corte di giustizia che, pur affermando l’insussistenza di un obbligo generale di sorveglianza, mai hanno previsto la necessità di indicare specificamente gli URL.

La conoscenza della titolarità di diritti d’autore sui contenuti televisivi abusivamente diffuse è resa possibile dalla semplice presenza del logo delle reti televisive (nel caso di specie: Canale 5; Italia 1; Rete 4) indipendentemente da diffide o ordini dell’Autorità, rileva il Tribunale di Roma in via conclusiva.

Com’è evidente, tale pronuncia si inserisce nel solco della giurisprudenza in tema di responsabilità dell’ISP, adottando un regime di particolare favore nei confronti dei produttori di contenuti tutelati dal diritto d’autore.

Rimane tuttavia dubbio se la presunzione di conoscenza dell’illecito da parte dell’ISP in base alla semplice presenza del logo TV non valga in concreto a spingere gli ISP ad un controllo preventivo del materiale immesso in rete dagli utenti, con il risultato di mettere in pericolo il necessario equilibrio che deve sempre sussistere tra la tutela del diritto d’autore e la libertà d’impresa nel campo della comunicazione.