Larga parte degli addetti ai lavori si è interrogata sulle sorti del Tribunale Unificato dei Brevetti (Unified Patent Court – UPC) a seguito del referendum inglese. E’ evidentemente molto difficile dare risposte certe, ma si possono ipotizzare i diversi possibili scenari.

Partendo dagli aspetti meno aleatori, si può ormai sostenere quasi con certezza che ci sarà quantomeno uno slittamento dell’entrata in vigore dell’UPC rispetto alle previsioni pre-Brexit, che, come noto, collocavano tale entrata in vigore per l’inizio del 2017. Presupposto di queste previsioni era che il Regno Unito ratificasse l’Accordo UPC entro la fine del 2016, il che sembra ormai più impossibile che improbabile.

Senza una tale ratifica, ove non si procedesse ad una revisione dell’Accordo, occorrerà attendere che il Regno Unito cessi di essere uno Stato Membro dell’Unione Europea (verosimilmente, non prima della fine del 2018, visto il termine di due anni previsto dall’ormai a tutti familiare art. 50 del Trattato di Lisbona). L’Accordo UPC infatti prevede – come condizione per la sua entrata in vigore – la ratifica da parte dei tre paesi membri dell’Unione Europea sul cui territorio più brevetti europei spiegavano i loro effetti nel 2012 (ossia Germania, Francia e, appunto, fino a che non cessi di essere un paese membro dell’Unione Europea, Regno Unito).

Certo, come sperato e suggerito da più parti, il Regno Unito potrebbe ratificare subito l’Accordo UPC, consentendone l’immediata entrata in vigore. Per tutti coloro che hanno familiarità con la situazione politica inglese, tuttavia, una tale opzione è politicamente impraticabile. La ratifica, infatti, implicherebbe una quantomeno implicita accettazione del primato della normativa dell’Unione Europea, nonché della giurisdizione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (essendo questi requisiti essenziali dell’Accordo UPC), che è proprio ciò che i cittadini inglesi hanno dichiarato di non desiderare con il proprio voto al referendum. Inutile dire i rischi politici che un tale gesto comporterebbe e, conseguentemente, la pressochè sicura indisponibilità di qualsivoglia governo inglese (e certamente dell’attuale governo May) a procedere ad una tale ratifica.

A ciò si aggiunga che una ratifica dell’Accordo UPC nell’attuale situazione comporterebbe anche notevoli problematiche pratiche, nonché seri problemi di certezza del diritto: ad accordo invariato, infatti, se anche il Regno Unito sorprendentemente decidesse di procedere alla ratifica, molto probabilmente dovrebbe comunque uscire dal sistema UPC una volta terminata la procedura di uscita dall’Unione Europea.

Non è quindi un caso che gli stake holders inglesi si siano pronunciati in modo chiaro contro una tale opzione. La stessa IP Federation, un’associazione dell’industria molto ascoltata dal Governo inglese, ha dichiarato senza mezzi termini che “without a guarantee of continued UK participation post-Brexit, the UK should not ratify the UPC at present. We consider that ratifying the UPC to bring it into effect and subsequently being forced to leave the system would bring an unacceptable amount of uncertainty to industry across the UK and EU” (il position paper è disponibile qui).

Un’altra ipotesi che consentirebbe comunque all’UPC di diventare operativo sarebbe quella di una rapida modifica all’Accordo in modo tale da consentirne l’entrata in vigore anche senza la ratifica della Gran Bretagna. Anche tale soluzione, tuttavia, pone una serie di problematiche.

La prima è politica, dal momento che sarebbe necessario ridistribuire le competenze attualmente attribuite alla sede londinese della divisione centrale, con tutte le conseguenti difficoltà negoziali che ciò evidentemente comporterebbe (basti dire che diversi paesi, Italia, Olanda e Belgio in testa, hanno già fatto sapere di volere prendere il posto di Londra).

La seconda problematica è operativa: fino a che il Regno Unito sarà un Paese Membro dell’Unione non sarà possibile modificare l’Accordo UPC esistente, ma si dovrà invece stipularne uno nuovo, senza il Regno Unito. Ciò a sua volta comporterà la necessità di una nuova ratifica da parte di tutti gli Stati partecipanti, anche di quelli che avevano già ratificato l’attuale Accordo UPC (con gli ovvi ritardi che ciò comporterebbe: basti pensare che nei tre anni trascorsi da quando l’Accordo UPC è stato sottoscritto, solo 10 dei 25 stati firmatari hanno completato la procedura di ratifica).

Per non parlare poi della ridotta appetibilità di un sistema senza il Regno Unito, che a sua volta renderebbe necessaria una riduzione delle tasse oggi previste per i futuri brevetti unitari (con tutte le difficoltà negoziali che anche una tale soluzione imporrebbe).

Allora perché non modificare l’Accordo non per escludere il Regno Unito dal sistema UPC, ma piuttosto per consentirne la partecipazione anche dopo l’uscita dall’Unione Europea? In questo modo, del resto, si incrementerebbe persino l’attrattività del sistema, visto che – almeno in linea di principio – consentirebbe anche l’accesso al sistema UPC ad altri stati extra UE (Svizzera in primis).

Nuovamente, tuttavia, si tratta di soluzione di non facile realizzazione, né dal punto di vista politico, né dal punto di vista giuridico. Basti pensare che la Commissione si è già espressa – interpretando il Parere 1/09 della Corte di Giustizia - nel senso che solo gli Stati Membri possono essere parte di un sistema quale quello dell’UPC. Si tratta di un’interpretazione che è stata criticata da più parti, ma che in ogni caso renderebbe quantomeno consigliabile un nuovo parere della Corte di Giustizia (simile a quanto fatto con il Parere 1/09), che chiarisca la questione, espressamente autorizzando la partecipazione degli stati extra-UE al sistema UPC. Anche tale opzione richiederebbe quindi una prima fase di trattative per arrivare ad una soluzione che accontenti tutti dal punto di vista politico, seguita da una seconda fase di esame davanti alla Corte di Giustizia per stabilire la legittimità giuridica di tale soluzione. Inutile dire come anche in tal caso si avrebbe quantomeno un notevole ritardo nell’entrata in vigore dell’UPC.

In definitiva, tra tanti scenari, un unico aspetto sembra essere comune: ben difficilmente l’entrata in vigore dell’UPC – o del sistema alternativo che si dovesse individuare – potrà avvenire prima del 2018-2019, con tutti i rischi che un tale ritardo comporta sulla perdurante attrattività del sistema e sul supporto politico allo stesso.

Come detto, tuttavia, l’incertezza è massima e non è escluso che soluzioni alternative possano essere individuate a livello intergovernativo, che possano permettere una più rapida entrata in vigore.