Mentre la questione sul cumulo aritmetico degli interessi di mora e degli interessi corrispettivi ai fini dell’usura sembra ormai aver trovato nella giurisprudenza di merito una soluzione quasi unanime, nel senso dell’assoluta irragionevolezza di questa tesi che si è basata su un’erronea interpretazione della pronuncia della Corte di Cassazione n. 350/2013, non si può dire altrettanto sulla questione se gli interessi moratori vadano valutati autonomamente in termini di usura o se, al contrario, la disciplina di riferimento in caso di eccessività di tali interessi sia quella della clausola penale.

Fino a poco tempo fa erano nettamente più numerose le pronunce che affermavano che anche gli interessi di mora vanno valutati in termini di usura, seguendo il canone espresso dalla Suprema Corte nella nota sentenza n. 350/2013 (“si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori”).  In questo senso disponevano peraltro anche alcune sentenze del Tribunale di Milano.

Alcuni giudici di altri Tribunali si sono invece dimostrati decisamente più coraggiosi, esprimendo la loro convinzione – in palese contrasto con il disposto della Cassazione – che gli interessi di mora non vadano valutati in termini di usura, bensì ricondotti alla previsione normativa della clausola penale. Secondo queste pronunce, in caso di eccessività degli interessi di mora, non va invocata la normativa anti-usura, ma il soggetto che si pretende “leso” può chiedere la riduzione della somma dovuta a titolo di interessi moratori ai sensi dell’art. 1384 cod. civ..

Quest’ultimo orientamento è anche quello condiviso dalla maggior parte dei giudici del Tribunale di Roma, potendosi al riguardo segnalare le pronunce del 16.9.2014 (Pres. D’Ambrosio, Rel. Perna) e del 7.5.2015 (dott. Catallozzi), mentre, come detto, i giudici meneghini si dimostravano in passato favorevoli alla tesi sull’applicabilità della normativa anti-usura imposta dalla Suprema Corte.

L’indirizzo potrebbe ora essere cambiato anche all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano. In una controversia decisa con sentenza pubblicata il 22 dicembre 2015, nella quale la parte finanziatrice è stata assistita dal nostro Studio – il quale da sempre ha motivatamente sostenuto che agli interessi di mora non vadano applicate le regole sull’usura (http://www.mmlex.it/note-in-materia-di-usurarieta-degli-interessi-moratori-linterpretazione-della-suprema-corte-del-2013-e-spunti-critici-linterpretazione-ad-usum-debitoris-non-regge/) – il giudice investito della causa, dopo un esame critico della questione, è arrivato alla conclusione che “gli interessi di mora non possono integrare una fattispecie usuraria”.

Nella motivazione della sentenza, il giudice ha individuato ben 7 punti che portano a tale conclusione, condividendo in particolare alcune eccezioni mosse dagli scriventi al riguardo, tra cui il fatto che il quadro normativo non impone affatto che ai fini dell’usura debbano essere considerati anche gli interessi di mora e che “negare la sanzione della non debenza degli interessi in caso di interessi moratori usurari non significa lasciare il debitore in balia del creditore, atteso che permane la tutela di cui all’art. 33 c. 2 lett. f) codice consumo, nonché la possibilità di riduzione a equità ex art. 1384 c.c. negli altri casi.

Da segnalare è inoltre l’affermazione del giudicante secondo cui “l’insieme di tali problematiche [cioè quelle individuate dal giudice nei 7 punti, che sorgerebbero in caso di valutazione degli interessi di mora in termini di usura], ovvero gli aspetti più significativi delle stesse, non risultano essere stati esaminati da Cass. n. 350/2013”, nonché quella secondo cui “in nessun caso quindi la questione [sulla valutabilità degli interessi di mora in termini di usura], peraltro neppure affrontata [dalla Corte di Cassazione nelle pronunce precedenti in materia] con soverchio zelo, ha costituito la ratio decidendi della sentenza. […] Del pari apodittica sul punto è la Cass. n. 350/2013.

Resta da vedere se la sentenza del 22 dicembre 2015 appena richiamata rimarrà una pronuncia isolata o se sia espressione di un avvenuto mutamento dell’orientamento nel Palazzo di Giustizia di Milano, e se nel prossimo futuro anche la Suprema Corte rivedrà la sua tesi espressa – neppure con soverchio zelo – sulla valutazione degli interessi di mora in termini di usura.