Lo scorso 17 marzo, con la sentenza n. 51 la Corte Costituzionale ha ritenuto fondate le questioni di legittimità poste dal Consiglio di Stato in relazione ai giudizi proposti da sette operatori nel settore fotovoltaico con riferimento a due disposizioni contenute nel D. Lgs. 28/2011 (Decreto) con cui è stato recepito nell’ordinamento nazionale il c.d. Terzo Pacchetto Energia. Da tale Decreto è derivata l’adozione di molteplici provvedimenti recanti misure volte a supportare le diverse misure di incentivazione nel mercato interno, tra cui i c.d. “conti energia” con cui sono state avviate cinque diverse procedure di accesso alle incentivazioni.

Per quanto rileva in questa sede, le norme che hanno formato oggetto del giudizio di costituzionalità sono gli articoli 43 co. 1 e 23 co. 3: la prima prevede che “…non hanno titolo a percepire gli incentivi per la produzione di energia da fonti rinnovabili, da qualsiasi fonte normativa previsti, i soggetti per i quali le autorità e gli enti competenti abbiano accertato che, in relazione alla richiesta di qualifica degli impianti o di erogazione degli incentivi, hanno fornito dati o documenti non veritieri, ovvero hanno reso dichiarazioni false e mendaci…”; inoltre la disposizione aggiunge che “…fermo restando il recupero delle somme indebitamente percepite, la condizione ostativa alla percezione degli incentivi ha durata di dieci anni dalla data dell’accertamento e si applica alla persona fisica o giuridica che ha presentato la richiesta…”; ai sensi del citato art. 23 invece, i soggetti che, in relazione alla richiesta di qualifica degli impianti o di erogazione degli incentivi, abbiano fornito dati o documenti non veritieri, ovvero reso dichiarazioni false o mendaci “…non hanno titolo a percepire gli incentivi per la produzione di energia da fonti rinnovabili da qualsiasi fonte normativa previste…”, e anche in questo caso tale condizione ostativa ha durata di dieci anni dalla data dell’accertamento. Preme evidenziare che l’art. 43 ha natura di norma transitoria in quanto fa riferimento alle richieste di accesso agli incentivi per gli impianti rientranti nel regime tariffario previsto dall’art. 2-sexies del D.L. n. 3/2010 (cd. Decreto Salva-Alcoa). Quest’ultimo consentiva una sorta di proroga per garantire l’accesso al secondo conto energia ai soggetti che avessero completato i lavori al 31 dicembre 2010, a patto che fossero entrati in esercizio entro il 30 giugno 2011.

Le principali censure nel giudizio in commento si sono concentrate (i) su una possibile violazione dell’art. 76 della Cost. per aver introdotto una sanzione interdittiva non rispondente ai principi della legge delega (n. 96/2010) ed anzi in contrasto con gli stessi; (ii) sulla violazione dell’art. 3 della Cost. per violazione dei principi di ragionevolezza e proporzionalità nell’esercizio della discrezionalità legislativa; e (iii) sulla violazione dell’art. 117 in relazione al “vincolo derivante dall’ordinamento comunitario” in tema di proporzionalità nell’irrogazione di sanzioni. Solo con riferimento all’art. 43 è stata sollevata anche una censura con cui si contestava il carattere retroattivo dell’introdotta sanzione afflittiva.

La Consulta ha focalizzato il proprio ragionamento sulla violazione per eccesso di delega, tanto è vero che nel proprio ragionamento ha riportato i criteri direttivi contenuti nella citata legge di delega, alla luce dei quali veniva stabilito che le eventuali sanzioni da prevedere nel decreto sarebbero dovute consistere in misure pecuniarie commisurate alla diversa potenzialità lesiva dell’interesse protetto. Al riguardo, la Corte Costituzionale afferma che il legislatore delegato non si è assolutamente attenuto a tali puntuali indicazioni e riconosce che la misura interdittiva in esame (contenuta in entrambe le disposizioni in questione) “…è misura eccentrica rispetto al perimetro dell’intervento disegnato dalla legge di delega…” e ha aggiunto che essa “…incidendo sull’esercizio della libertà di iniziativa economica private imprenditoriale (…) nei confronti di un’ampia platea di soggetti e per un periodo di tempo particolarmente rilevante (…) contraddice manifestamente i principi di proporzionalità ed adeguatezza ai quali il legislatore delegante voleva, viceversa, conformata la risposta alle infrazioni alle disposizioni dei decreti attuativi commesse dagli operatori del settore...”.

Sarà sicuramente interessante monitorare gli eventuali sviluppi sulla questione in oggetto, dal momento che la dichiarata incostituzionalità delle disposizioni dovrebbe far venir meno alcune importanti misure sanzionatorie che hanno esplicato la propria efficacia per ben sei anni.