Per la Corte di giustizia dell’Unione europea (CdG) gli Stati membri possono imporre ai venditori al dettaglio di prodotti derivati dal tabacco, per motivi legati alla salute pubblica, di non commercializzare detti prodotti ad un prezzo unitario inferiore al prezzo che il produttore o l’importatore hanno indicato sul bollo fiscale. Nei limiti in cui tale prezzo è stato fissato liberamente dal produttore o importatore stesso, non risulta violata la libera concorrenza tra produttori e importatori. Questo il dictat della CdG nella sentenza emessa lo scorso 21 settembre.

La vicenda trae origine da una controversia in cui ad una società che gestisce una catena di supermercati in Belgio veniva contestato di essersi avvalsa di atti pubblicitari per il tabacco in violazione della normativa sulla tutela della salute, e di aver venduto diversi prodotti ad un prezzo unitario inferiore al prezzo che il produttore o l’importatore avevano indicato sul bollo fiscale. Il tribunale penale di Bruxelles sanzionava la società per detta violazione ma in secondo grado la corte d’appello di Bruxelles decideva di sospendere il giudizio mettendo sul “banco d’accusa” la normativa nazionale belga che vieta ai venditori al dettaglio di vendere prodotti del tabacco a prezzi unitari inferiori al prezzo che il produttore o l’importatore ha indicato sul bollo fiscale apposto su tali prodotti, chiedendo alla CdG di esprimersi in via pregiudiziale sulla compatibilità di tale normativa rispetto al quadro comunitario di riferimento.

In merito alla compatibilità della normativa nazionale contestata con la direttiva 2001/64/UE, che ha l’obiettivo di fissare i principi generali dell’armonizzazione delle strutture e delle aliquote dell’accisa cui gli Stati membri assoggettano i tabacchi lavorati, la CdG ha rilevato che, alla luce di tale direttiva, l’armonizzazione delle strutture delle accise deve far si che la concorrenza delle varie categorie di tabacchi lavorati non sia falsata dagli effetti dell’imposizione e che, di conseguenza, sia realizzata l’apertura dei mercati nazionali. Tale disposizione mira infatti da un lato a garantire che la determinazione della base imponibile dell’accisa proporzionale sui prodotti derivati dal tabacco (ossia il prezzo massimo di vendita al minuto dei prodotti), sia assoggettata alle stesse regole in tutti gli Stati membri, e dall’altro a tutelare la libertà degli operatori di stabilire i prezzi massimi di vendita al minuto di ciascuno dei loro prodotti, “…che consente loro di beneficiare effettivamente del vantaggio concorrenziale risultante da eventuali [costi] inferiori…”.

Secondo la CdG, inoltre, l’articolo 34 del TFUE (disposizione atta a vietare restrizioni quantitative all’importazione e tutte le misure di effetto equivalente) non osta alla normativa nazionale in questione, nei limiti in cui quest’ultima non influenza la libera determinazione del prezzo dei prodotti del tabacco provenienti da un altro Stato membro, né tanto meno oppone ostacoli maggiori sui prodotti importati rispetto a quelli dei prodotti del tabacco nazionale.

Infine, con riferimento all’articolo 101 TFUE, in combinato con l’articolo 4 del TFUE, la CdG ha ritenuto che la normativa belga fosse parimenti compatibile con il quadro comunitario nella misura in cui non impone né agevola la conclusione di accordi tra fornitori e venditori al dettaglio ma ha direttamente l’effetto di fissare il prezzo praticato dai venditori al dettaglio senza delegare quindi ad operatori privati la responsabilità di fissare il prezzo al dettaglio o di adottare decisioni di intervento di interesse economico. Quindi, secondo il ragionamento non necessariamente chiaro e coerente della CdG, normative come quella in questione non privano di effetto utile l’art. 101 TFUE.

Come si ricorderà, nel 2010 (si veda la Newsletter del 28 giugno 2010, in commento alla sentenza C-571/08) la CdG aveva affermato che l’imposizione di prezzi minimi di vendita delle sigarette viola la concorrenza. In quella circostanza, rigettando tutte le motivazioni che erano state fornite dall’Italia in tema di tutela della salute, la CdG aveva bocciato il regime italiano che, avendo l’effetto di allineare, al fine del computo delle accise, i prezzi di vendita al minuto delle sigarette ai prezzi che erano più elevati, tendeva a neutralizzare le differenze delle offerte tra i vari produttori creando un danno agli importatori.

Sulla scia di tale precedente, con la sentenza in commento la CdG ha affermato che una normativa nazionale che ha lo scopo di garantire una applicazione delle regole in materia di accise sui tabacchi senza arrecare pregiudizio ai principi concorrenziali, in quanto in grado di assecondare la formazione dei prezzi liberamente da parte dei produttori o importatori di qualsiasi prodotto di tabacco lavorato, non contrasta con il diritto comunitario.

Un passo importante dunque in favore dei poteri concessi agli Stati per introdurre misure sui prezzi di rivendita di tali prodotti, a patto che queste non si pongano in contrasto con gli imperativi dettati dalla normativa in materia di libera circolazione delle merci e di libera concorrenza.