La mera produzione in giudizio di notizie di stampa che riferiscono di una decisione della Commissione europea (Commissione) di sanzionare alcune imprese per aver posto in essere una infrazione del diritto della concorrenza non è sufficiente a fondare le pretese di un soggetto in merito al danno asseritamente patito in ragione di tale infrazione. Con la sentenza n. 7884/2016 di recente pubblicazione, il Tribunale di Milano (Tribunale) ha rigettato le richieste avanzate contro Banco di Brescia San Paolo CAB S.p.A e Banca Popolare Commercio e Industria S.p.A in quanto generiche e prive del necessario supporto probatorio.

Le parti attrici avevano stipulato un contratto di finanziamento mediante apertura di credito in conto corrente bancario con garanzia ipotecaria, con un tasso di interessi corrispettivi fissato al 5,7% per il solo mese di febbraio 2008, mentre per i mesi successivi il tasso era pari all’Euribor a tre mesi più uno spread dell’1,15%. L’infrazione della concorrenza in ragione della quale si cercava ristoro era quella accertata dalla Commissione nel 2013 in merito al cartello che sarebbe stata posta in essere dal settembre 2005 al maggio 2008 da parte di alcuni istituti di credito e che sarebbe stata atta a manipolare il procedimento di fissazione del tasso di riferimento Euribor, per cui era stata comminata una sanzione alle banche coinvolte di circa 1,7 miliardi di euro. Le parti attrici lamentavano inter alia la nullità del contratto di finanziamento stipulato, o quanto meno della clausola relativa al tasso di interesse, con conseguente diritto alla restituzione di tutto quanto già versato, alla luce della decisione della Commissione sopra richiamata.

Il Tribunale, dopo aver ricordato che l’onere della prova di un illecito antitrust grava sulla parte che ne assume l’esistenza secondo le regole ordinarie del processo civile, e rilevando che nei casi in cui esso sia stato già oggetto di accertamento da parte di un’autorità amministrativa competente la parte interessata potrà avvalersi di tale prova privilegiata, ha ritenuto che la mera allegazione di alcune notizie di stampa pubblicate a seguito della decisione della Commissione non sono di per sé tuttavia sufficienti a soddisfare l’onere della prova che grava su parte attrice.

Nel caso di specie, infatti, la decisione della Commissione, alla data della sentenza, non era stata ancora pubblicata, e detti comunicati stampa, nelle parole del Tribunale, “…appaiono idonei a dare conto dell’effettiva esistenza di questa procedura nonché dell’esito della stessa nei termini riportati. È però al contempo evidente come non sia possibile ritenere comprovata soltanto sulla base di tali informazioni giornalistiche la pratica anticoncorrenziale contestata alle banche convenute…” che, tra l’altro, non erano neanche destinatarie della decisione della Commissione. Appare di estrema importanza il fatto che il Tribunale ha rilevato come la conoscenza in dettaglio dell’accertamento della Commissione costituisce “…condicio sine qua non per ogni ulteriore valutazione in questa sede processuale, poiché solo l’esame della ricostruzione compiuta dalla Commissione sul piano logico-fattuale consentirebbe a questo Tribunale di verificare la eventuale incidenza sui rapporti oggetto del presente giudizio…”.

Pertanto, il Tribunale ha respinto le domande di accertamento della violazione delle norme antitrust avanzate dagli attori, ritenendole del tutto generiche e prive di adeguato supporto probatorio.

Un altro tassello posto dai giudici nelle more dell’implementazione della Direttiva sul risarcimento dei danni derivanti da violazioni antitrust in sede civile (Direttiva n. 2014/104/UE): il valore di “prova privilegiata” dell’accertamento di un’autorità amministrativa competente non sottrae l’asserito danneggiato dal dover dimostrare gli altri elementi costitutivi del danno lamentato. La prassi della Commissione di dare notizia dell’avvenuto accertamento tramite comunicato stampa (mentre possono passare anche anni prima che venga pubblicata una versione non confidenziale della decisione) sembra sollevare non poche criticità per quanto concerne la tensione tra la determinazione del momento da cui decorrono i termini di prescrizione di eventuali diritti risarcitori verso i soggetti coinvolti nel presunto cartello e la possibilità di far effettivamente valere i propri diritti in maniera ragionevole. Dalla sentenza in commento peraltro risulta che, quantomeno fino alla pubblicazione di una decisione della Commissione, sarà decisamente maggiore lo sforzo probatorio che dovrà compiere parte attrice per superare un’eccezione di genericità e infondatezza delle proprie pretese.