Che la biodiversità, intesa quale “variabilità degli organismi viventi di ogni origine” (Convenzione sulla Biodiversità[1], art. 2), sia uno dei valori che oggi la comunità internazionale intende maggiormente tutelare, lo dimostra la volontà di EXPO 2015 di dedicarvi un’intera area tematica tramite la creazione del cd. Biodiversity Park, il cui obiettivo principale è quello di mostrare al mondo intero le innumerevoli possibilità che la biodiversità e l’agricoltura biologica possono offrire per nutrire il pianeta (www.expo2015.org/it/esplora/aree-tematiche/biodiversity-park).

I temi della biodiversità e sicurezza alimentare si collegano naturalmente al dibattito normativo in tema di organismi geneticamente modificati (OGM)[2], materia su cui l’Unione Europea è più volte intervenuta. A tal proposito, proprio nell’ottica di preservare la biodiversità tipica dei territori dei singoli Stati Membri, si segnala la recentissima direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’11 marzo 2015 n. 412 sulla possibilità per gli Stati membri di limitare o vietare la coltivazione di OGM sul loro territorio (Direttiva 2015/412/UE) che modifica la precedente direttiva 2001/18/CE sull’emissione deliberata nell’ambiente di OGM (Direttiva 2001/18/CE), recepita nell’ordinamento italiano con il D. Lgs. 8 luglio 2003 n. 224.

Sino a quest’ultimo intervento normativo recentissimo, a livello comunitario, la coltivazione di OGM a scopo commerciale ha trovato la propria disciplina appunto nella Direttiva n. 2001/18/CE e nei regolamenti (CE) n. 1830/2003 e 1829/2003: in particolare, il regolamento 1829/2003 prevede che le imprese interessate all’immissione in commercio di alimenti e mangimi prodotti da OGM devono ottenere un’autorizzazione da parte della Commissione Europea previo parere l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA).

Basandosi invece sul principio di sussidiarietà, la Direttiva 2015/412/UE intende garantire agli Stati membri maggiore flessibilità nel decidere se coltivare OGM nel loro territorio[3].

Tale libertà nazionale non deve, però, interferire con la libertà degli Stati Membri limitrofi di determinarsi diversamente: al fine di evitare la presenza involontaria di OGM in prodotti dovuta ad eventuali contaminazioni transfrontaliere da parte di uno Stato membro in cui la coltivazione sia autorizzata verso uno Stato membro limitrofo in cui sia vietata, la nuova Direttiva 2015/412/UE prevede che, a decorrere dal 3 aprile 2017, gli Stati membri in cui sono coltivati OGM adottino specifici provvedimenti nelle zone di frontiera del loro territorio al fine di evitare eventuali contaminazioni.

In ogni caso, le limitazioni e i divieti applicabili ai sensi della nuova Direttiva riguardano la coltivazione e non la libera circolazione e l’importazione di sementi geneticamente modificate, come tali o contenute in prodotti, né dei prodotti del loro raccolto.

Inoltre, visto il crescente utilizzo di OGM nell’ambito di un’agricoltura sempre più intensiva, oltre alla questione legata al tema della salvaguardia della biodiversità nonché della tutela della sicurezza alimentare, è importante prendere in considerazione la protezione e la circolazione di tali “beni” da un punto di vista giuridico.

Attualmente, in Italia è ammessa la brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche. La normativa di riferimento è contenuta all’interno della Sezione IV bis (artt. 81bis – 81octies) del Codice della Proprietà Industriale, introdotta non molti anni or sono dal D. Lgs. 131/2010, che ha sostanzialmente riprodotto le norme in materia di protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche previste dalla Direttiva 98/44, già recepita nel nostro ordinamento dalla L. 78/2006, successivamente abrogata in seguito all’emanazione del D. Lgs. 131/2010.

Il lungo cammino italiano sostanzialmente riflette le numerose insidie e difficoltà incontrate dagli organi comunitari nella definizione di un quadro giuridico applicabile alla tutela delle varietà transgeniche. Difatti, in ambito europeo, ivi compresa l’Italia, si è da sempre avvertito una forte diffidenza, non sempre giustificata, nei confronti degli OGM, tacciati di essere prodotti pericolosi e rischiosi per la salute umana, spesso prescindendo da fondamenti scientifici accertati.

Se da un lato la questione etica sui temi della tutela della biodiversità e della sicurezza alimentare ha rallentato la formazione di un quadro normativo adeguato, dall’altro, il ruolo sempre più crescente assunto dalla biotecnologia e dall’ingegneria genetica all’interno delle relazioni industriali, ha portato alla consapevolezza che la previsione di un’adeguata protezione delle invenzioni biotecnologiche avrebbe assunto un’importanza fondamentale per lo sviluppo industriale dell’Unione.

Da qui l’emanazione della Direttiva 98/44 sulla brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche, frutto del compromesso tra le varie posizioni rappresentate in seno al parlamento europeo e con l’intento da parte del legislatore comunitario di armonizzare le discipline nazionali in tema di biotecnologie. La direttiva ha introdotto dunque l’estensione della tutela brevettuale delle varietà transgeniche, prevedendo gli standard minimi di tale tutela, senza impedire agli Stati Membri l’introduzione di ulteriori limitazioni o qualificazioni.

In conclusione, ad oggi in Italia gli OGM sono brevettabili, ma il loro utilizzo può essere vietato nel settore agricolo.

A tal proposito, il recente decreto interministeriale del 22 gennaio 2015[4] vieta la coltivazione di varietà di Mais MON810, provenienti da sementi geneticamente modificate[5].

In precedenza, il D.Lgs. 24 aprile 2001 n. 212 ha assoggettato la messa a coltura dei prodotti sementieri ad una apposita autorizzazione tramite la quale tutelare i prodotti sementieri tradizionali dal contatto con quelli geneticamente modificati (art. 1 comma 2).

Successivamente, in aggiunta al D.Lgs. 8 luglio 2003, n. 224, il D.L. 22 novembre 2004, n. 279, convertito dalla L. 28 gennaio 2005, n. 5, predispone la disciplina per la coesistenza tra le colture transgeniche, convenzionali e biologiche (art. 1 comma 1), prevedendo l’adozione, da parte delle regioni e delle province autonome dei cd. “piani di coesistenza”, contenente “le regole tecniche per realizzare la coesistenza”, tramite “strumenti che garantiscano la collaborazione degli enti territoriali locali, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza” (art. 4 comma 1)[6].

Quindi, sulle tavole degli italiani arrivano certamente anche prodotti OGM. I prodotti transgenici più commercializzati sono il mais e Ia soia (anche lavorati, come il latte di soia, l’olio di semi e i fiocchi per Ia prima colazione).

In realtà gli effetti che i prodotti geneticamente modificati possono avere sull’ambiente non sono ancora noti, né tantomeno scientificamente provati. Viceversa, i numerosi esperimenti di utilizzo massiccio di piante trattate geneticamente, hanno dimostrato che tali prodotti possono contrastare problematiche quali la fame nel mondo e il surriscaldamento del pianeta, temi all’ordine del giorno dell’Esposizione Universale che si terrà a Milano. Basti pensare al mais e alla soia “migliorati”, in grado di difendersi facilmente dal sole intenso e dagli insetti (con il risparmio di pesticidi nocivi grazie a proteine insetticide di origine batterica) oppure al riso OGM (non presente sul mercato italiano) che, rispetto a quello “naturale”, ha un più alto contenuto di carotene, fonte di vitamina A e ferro.

Le invenzioni biotecnologiche sembrano diventare quindi indispensabili per l’agricoltura mondiale, permettendo alla stessa di potersi adattare ai cambiamenti climatici e affrontare, in maniera sostenibile, le crisi alimentari.

E con l’EXPO alle porte ci si deve attendere una rinnovata e più attenta discussione scientifica sugli OGM, con una probabile nuova e sempre più efficace e controllata “rivoluzione agraria”, fondata sull’utilizzo di organismi geneticamente migliorati.

In questo modo la popolazione umana potrà auspicabilmente essere sempre meglio nutrita e crescere ulteriormente. Tuttavia una tale rivoluzione sarà effettivamente possibile soltanto assicurando una regolamentazione chiara e ben circoscritta in tema di protezione e circolazione delle invenzioni transgeniche, evitando l’abuso di un tale progresso scientifico o degenerazioni nell’alterazione degli organismi esistenti in natura e quindi preservando il delicato equilibrio tra biodiversità e sostenibilità.