Il report rubricato Competition Law and Data, qui in commento, altro non è che il frutto di una proficua collaborazione delle Autorità garanti della concorrenza francese e tedesca, sfociata in un’analisi vertente su svariati temi di interesse concorrenziale correlati alla disponibilità, nonché all’impiego dei c.d. data.

Anzitutto, a monte del ragionamento concernente il versante antitrust, la pubblicazione in parola si sofferma, preliminarmente, su un dato semplice quanto efficace: sebbene molti servizi inestricabilmente connessi al settore dei data (quali Google e Facebook) siano definiti gratuiti, in realtà – ricordano le autrici – il loro utilizzo comporta la raccolta di informazioni personali degli utenti. L’argomento è di sicura attualità, in particolare in ambito digitale; tuttavia, il fenomeno non può dirsi storicamente trascurabile nemmeno in altre aree, fra cui vale la pena menzionare quella energetica, bancaria ed assicurativa.

Ad ogni modo, indipendentemente dall’industry in esame, si consideri che, quando si parla dei cosiddetti big data, ci si riferisce ad una vasta mole di informazioni provenienti da fonti molteplici, la cui analisi implica l’utilizzo di processori, nonché di algoritmi estremamente potenti. Le informazioni variano (i) in base alla tipologia cui sono riferibili, (ii) a seconda che siano strutturate o meno, dacché, nel primo caso, sono idonee ad essere processate agevolmente a fini commerciali, e, non ultimo, (iii) differiscono in ragione della modalità di raccolta adoperata.

La disponibilità di data assume rilevanza sotto il profilo concorrenziale, potendo costituire la fonte di un significativo potere di mercato, e potendo, altresì, essere foriera di un incremento della trasparenza del mercato.

Nel primo caso, si assiste ad un aumento delle barriere all’ingresso, laddove sia precluso ai nuovi entranti di accedere alla medesima categoria di data - in termini di volume e varietà - fruibile per le imprese già presenti sul mercato. Peraltro, è opportuno osservare che, per quanto le informazioni possano essere raccolte anche mediante un soggetto terzo (nell’ipotesi dei cosiddetti third-party data), consentendo così ai nuovi entranti di competere, di fatto tale situazione potrebbe non configurarsi, dacché le società leader (specie esercenti servizionline) dispongono di dataset talmente potenti da non poter essere paragonati, per volume e varietà, alle informazioni disponibili per alcun soggetto terzo. Rebus sic stantibus, gli operatori già attivi guadagnerebbero un vantaggio rispetto ai nuovi entranti, nonché ai concorrenti minori. Inoltre, i tratti dello scenario appena descritto sarebbero ulteriormente acuiti da un alto grado di concentrazione del mercato.

In secondo luogo, per quanto concerne la trasparenza, si consideri che lo scrutinio delle autorità autrici del presente report non è stato circoscritto ai suoi aspetti essenziali, contemplandone, contestualmente, le virtualità. Sul punto si osservi che, da un canto, l'aumento della trasparenza è al contrario idoneo ad agevolare l'ingresso di nuovi entranti sul mercato, come è accaduto, ad esempio, con l'innovazione apportata da Amazon Marketplace, piattaforma che ha dato voce anche agli operatori minori. D'altro canto, tuttavia, la maggiore trasparenza può ridurre l'incentivo dei soggetti economici a deviare da un equilibrio collusivo.

Un fenomeno attualmente osservato è quello per cui, al fine di avere un accesso generalizzato ai data, esiste un forte incentivo ad acquisire società che dispongano di dataset considerevoli e ciò potrebbe condurre ad un aumento del grado di concentrazione del settore. Nella misura in cui la combinazione dei dati risultante consenta, comunque, ai concorrenti di replicare simili informazioni, si potrà ritenere che la concentrazione in parola non dia origine a criticità concorrenziali.

Se i rischi di foreclosure legati alle concentrazioni di data nel settore digitale sono stati posti maggiormente sotto la lente delle autorità antitrust nell'ambito del controllo delle merger, vero è che possono configurarsi svariate condotte che assumono contorni anticoncorrenziali a seconda dell'apporto prestato all'incremento del potere di mercato: a tal proposito, le due variabili da tenere in considerazione sono l'eventuale carenza di data, al pari della loro replicabilità, nonché la rilevanza assegnata alla scala e allo spettro delle relative informazioni.

Alla luce delle considerazioni sopra esposte, si comprende appieno il motivo per cui se, da un lato, la digitalizzazione dell'economia ha condotto ad un aumento dei data fruibili, dall'altro, è possibile asserire che gli stessi “siano ovunque” soltanto laddove siano, in concreto, accessibili, il che dipende, in particolare, dalla circostanza che data differenti siano sostituibili.

In conclusione, è interessante notare che, se è vero che la tutela della privacy – preme sottolineare alle autrici della pubblicazione in commento – non è un tema strettamente pertinente all'analisi concorrenziale tout court; è indubbio che lo stesso possa comunque rilevare in chiave funzionale: a titolo esemplificativo, si pensi al caso in cui le policy relative alla salvaguardia della riservatezza siano attuate da imprese dominanti e alle implicazioni che ciò può avere in relazione allo sfruttamento commerciale e all’accesso di terzi a tali informazioni.