La Corte Costituzionale (Corte) con la sentenza n. 102/2016 depositata il 12 maggio ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità sollevate con riferimento agli artt. 187bis, I comma (abuso di informazioni privilegiate, con una sanzione amministrativa massima di € 15 milioni), 187ter, I comma (manipolazione del mercato, con una sanzione amministrativa massima di € 25 milioni), del D.Lgs. 58/1998 (TUF) ed all’art. 649 c.p.p. (divieto di un secondo giudizio penale nei confronti di un soggetto già giudicato in sede penale per il medesimo fatto), invocando un intervento legislativo che definisca i limiti della compatibilità del sistema italiano del c.d. doppio binario - sanzioni di carattere penale ed amministrativo applicate per il medesimo fatto, sia pure diversamente qualificato giuridicamente - con il principio comunitario del ne bis in idem, anche alla luce del sentenza del 4 marzo 2014 emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) nel caso Grande Stevens.

Le condotte da cui hanno originato le questioni sottoposte alla Corte riguardano fattispecie qualificate come abusi di mercato ai sensi del TUF (insider trading e manipolazione del mercato) e, come tali, proprio ai sensi del TUF suscettibili di condurre a sanzioni sia penali, sia amministrative (ma con natura sostanzialmente penale, secondo la giurisprudenza CEDU). I suddetti abusi di mercato fino al 2005 erano sanzionati esclusivamente in sede penale ai sensi degli artt. 184 e 185 TUF mentre, con l’attuazione in Italia della Direttiva n. 2003/6/CE (c.d. Market Abuse Directive – MAD), a tali fattispecie sono stati affiancati anche due illeciti amministrativi che prevedono il cumulo della loro applicazione con le preesistenti fattispecie penali per gli stessi fatti.

Secondo il giudice rimettente, tale sistema di “doppio binario” – di cui gli articoli del TUF richiamati sono parte – è già stato dichiarato dalla CEDU in contrasto con il divieto del ne bis in idem che comporta il diritto a non essere giudicati due volte per lo stesso fatto, in quanto le sanzioni amministrative per gli abusi di mercato avrebbero natura sostanzialmente penale.

La Corte dapprima ritiene inammissibili – perché non rilevanti – le censure mosse avverso l’art. 187bis, I comma, TUF, in quanto il giudice rimettente è chiamato a pronunciarsi sulla speculare fattispecie penale (art. 184, I comma, TUF) ma non anche sull’art. 187bis, I comma, TUF che ha già trovato definita applicazione nel procedimento amministrativo. La Corte chiarisce che il  divieto di bis in idem a livello comunitario ha peraltro carattere processuale, e non sostanziale, permettendo agli Stati di punire il medesimo fatto a più titoli e con diverse sanzioni, purché “ 

…ciò avvenga in un unico procedimento o attraverso procedimenti fra loro coordinati, nel rispetto della condizione che non si proceda per uno di essi quando è divenuta definitiva la pronuncia relativa all’altro…”. 

 Pur riconoscendo che tale divieto possa rendere inapplicabile il sistema del doppio binario quando sia connesso – come nel caso di specie – a sanzioni derivanti da procedimenti di natura diversa (amministrativa e penale),  

“…spetta al legislatore stabilire quali soluzioni debbano adottarsi per porre rimedio alle frizioni che tale sistema genera tra l’ordinamento nazionale e la CEDU…”.  

Anche la questione sollevata con riferimento all’art. 649 c.p.p. è dichiarata inammissibile. Secondo la Corte, infatti, il richiesto intervento – secondo cui la disposizione in esame dovrebbe essere dichiarata incostituzionale nella parte in cui non prevede l’applicabilità della disciplina del divieto di un secondo giudizio anche al caso in cui l’imputato sia stato giudicato per il medesimo fatto nell’ambito di un procedimento amministrativo per l’applicazione di una sanzione di natura penale ai sensi della CEDU – non determinerebbe alcuna forma di coordinamento né di priorità tra i due procedimenti (amministrativo e penale). Il diritto personale a non essere giudicato due volte per lo stesso fatto, inoltre, non potrebbe comportare la violazione dei principi costituzionali di determinatezza e legalità della sanzione penale, nonché di ragionevolezza e parità di trattamento.

L’incertezza e l’oscurità dell’intervento richiesto con riferimento all’art. 187ter, I comma, TUF, in cui lo stesso giudice rimettente non ha  risolto il dubbio circa il possibile contrasto tra l’interpretazione del ne bis in idem in sede CEDU rispetto a quella adottata nell’ordinamento dell’Unione europea, ha comportato infine la pronuncia di inammissibilità anche con riferimento a tale richiesta di intervento.