Con la sentenza pubblicata il 27 aprile scorso nella causa C-469/15P, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CdG) ha rigettato il ricorso di FSL Holdings NV, Firma Leon Van Parys NV e Pacific Fruit Company Italy SpA (insieme, le Ricorrenti) avverso la sentenza del Tribunale dell’Unione Europea (Tribunale), con la quale veniva confermata la loro partecipazione ad un’intesa restrittiva della concorrenza nel mercato della commercializzazione di banane in Grecia, Portogallo e Italia.

Il caso ha origine nell’aprile del 2005, con il deposito di una domanda di immunità da parte di Chiquita che aveva dato il via ad un procedimento per l’accertamento di un’intesa nel mercato delle banane nell’Europa settentrionale. Tale procedimento si era concluso nel 2008, con una decisione della Commissione europea (Commissione) che accertava che alcuni importatori di banane avevano violato l’art. 101 TFUE per aver partecipato a una pratica concordata con la quale coordinavano i prezzi di riferimento delle banane. Un anno dopo, a fine 2009, la Commissione aveva inviato una comunicazione degli addebiti alle Ricorrenti per un’intesa, sempre nel mercato delle banane, ma questa volta relativa all’area geografica dell’Europa meridionale (Grecia, Portogallo e Italia, appunto). Tale procedimento era stato avviato proprio in forza di alcune evidenze raccolte durante le indagini per il mercato dell’Europa settentrionale. Nel 2011, la Commissione aveva quindi adottato la decisione con la quale veniva contestata a Chiquita (a cui era stata peraltro confermata l’immunità) e le Ricorrenti una violazione dell’articolo 101 TFUE in quanto avevano partecipato ad un cartello in materia di importazione, commercializzazione e vendita di banane in Grecia, Portogallo e Italia tra il luglio 2004 e l’aprile 2005. La partecipazione a tale intesa veniva poi confermata dal Tribunale, il quale si era limitato a ridurre l’importo delle sanzioni per le Ricorrenti.

Con la sentenza in commento, la CdG ha confermato quanto deciso dal Tribunale (come raccomandato dall’Avvocato Generale nelle sue conclusioni, si veda Newsletter del 21 novembre 2016), rigettando tutti i motivi di impugnazione delle Ricorrenti.

Due punti meritano un maggiore approfondimento. Innanzitutto, le Ricorrenti avevano sostenuto una violazione dei propri diritti di difesa. In particolare, avevano ritenuto che la Commissione non avrebbe potuto utilizzare, quali elementi di prova, alcuni documenti che erano stati trasmessi dalla Guardia di Finanza italiana alla Commissione durante la fase istruttoria, i quali erano stati rinvenuti nell’ambito di un’indagine fiscale nazionale (quindi non nell’ambito di un procedimento antitrust).

Su questo punto, la CdG ha dapprima evidenziato come il Tribunale avesse correttamente rammentato, nella sentenza impugnata, che “…la legittimità della trasmissione alla Commissione, da parte di un procuratore nazionale o delle autorità competenti in materia di concorrenza, di informazioni raccolte in conformità al diritto penale nazionale va valutata alla luce della normativa nazionale…” e che, pertanto, se la trasmissione di documenti non è stata dichiarata illegittima da un giudice nazionale, “…non vi è motivo di considerare che tali documenti siano elementi probatori inammissibili che devono essere stralciati dal fascicolo…” (queste le parole utilizzate dal Tribunale in primo grado).

Inoltre, la CdG ha aggiunto che, riferendosi alle disposizioni di cui all’art. 12 del Regolamento n. 1/2003 in tema di scambio di informazioni tra autorità della concorrenza nazionale, “…non si può […] dedurre […] che esse esprimano una regola più generale che vieterebbe alla Commissione di utilizzare informazioni trasmesse da autorità nazionali, diverse dalle autorità garanti della concorrenza degli Stati membri, per il solo fatto che tali informazioni sono state ottenute per altri scopi…”. Infatti, secondo la CdG, una regola di tale portata ostacolerebbe in misura eccessiva il ruolo della Commissione nella sua attività di enforcement. Infine, la CdG ribadisce, respingendo l’argomento delle Ricorrenti secondo cui utilizzare documenti per scopi diversi da quelli per i quali sono stati acquisiti potrebbe compromettere irrimediabilmente i diritti di difesa, affermando che nel diritto UE il principio vigente è quello della libera produzione delle prove e che “…il solo criterio pertinente per valutare le prove prodotte è quello della loro credibilità…”.

Da ultimo, la CdG ha respinto inoltre l’argomentazione delle Ricorrenti secondo cui i comportamenti sanzionati dalla Commissione non potevano essere considerati come una violazione “per oggetto” alla luce del contesto economico e giuridico nel quale si inserivano le pratiche in questione. In particolare, le Ricorrenti affermavano che il mercato europeo della banana era soggetto ad un’organizzazione comune dei mercati, che portava ad un livello elevato di trasparenza sui volumi e i prezzi, incoraggiando quindi i concorrenti a instaurare tra loro relazioni commerciali. Inoltre, le Ricorrenti aggiungevano che gli scambi di informazioni erano avvenuti solo in via occasionale.

Sul punto, la CdG ha ribadito innanzitutto che il criterio giuridico per determinare se un accordo sia qualificabile come restrizione “per oggetto” risiede nel rilievo che tale accordo “…presenta, di per sé, un grado di dannosità per la concorrenza sufficiente per ritenere che non sia necessario individuarne gli effetti..” e che, in tale contesto, “…occorre riferirsi al tenore delle disposizioni dell’accordo in questione, agli obiettivi che esso mira a raggiungere, nonché al contesto economico e giuridico nel quale si colloca…”. La CdG ha ritenuto che l’analisi del contesto economico e giuridico fatta dalla Commissione (e confermata dal Tribunale), fosse sufficiente e corretta, in quanto tale analisi, dato che l’intesa aveva ad oggetto la fissazione dei prezzi, “…può limitarsi a quanto strettamente necessario per concludere la sussistenza di una restrizione della concorrenza per oggetto…”.

In conclusione, con la sentenza in commento, la CdG chiarisce (e conferma) alcuni punti di particolare interesse per le imprese, soprattutto in tema di utilizzabilità delle prove.