L’avvocato generale Juliane Kokott (AG) ha depositato lo scorso 17 novembre le proprie conclusioni nella causa C-469/15, relativa ad una decisione con cui la Commissione (Commissione) aveva accertato un’intesa nel settore delle banane per l’Europa meridionale e pendente dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea (CdG). La questione principale affrontata dall’AG riguarda la facoltà della Commissione di utilizzare prove che le siano state trasmesse quali documenti rinvenuti da un’altra autorità, nel caso di specie dalla polizia tributaria italiana, nell’ambito di una indagine non in materia antitrust.

In estrema sintesi, nel 2007 la Guardia di Finanza trasmetteva alla Commissione informazioni relative ad un procedimento penale in materia fiscale che venivano poste dalla Commissione stessa alla base dell’accertamento della violazione dell’articolo 101 TFUE, seguito da una sanzione nell’ordine di 9 milioni di euro circa a carico di tre società del gruppo Pacific, FSL Holdings, Léon Van Parys e Pacific Fruit Company Italy SpA (congiuntamente, le Parti).

A parere delle appellanti, la Commissione non avrebbe potuto avvalersi degli appunti personali di un collaboratore delle Parti, i quali erano stati acquisiti dalla polizia tributaria italiana in occasione della perquisizione del suo appartamento privato. Ciò infatti avrebbe violato i diritti di difesa delle parti e i requisiti processuali fondamentali, basati sul mancato rispetto dell’articolo 12, del regolamento n. 1/2003. Tale articolo, rubricato “Scambio di informazioni”, riguardante la cooperazione tra la Commissione e le autorità di concorrenza nazionali, prevede al paragrafo 2 che le informazioni scambiate possono essere utilizzate come mezzo di prova soltanto ai fini dell’applicazione degli articoli 101 o 102 TFUE e riguardo all’oggetto dell’indagine per il quale sono state raccolte dall’autorità che le trasmette.

Secondo l’AG, il principio da cui partire nella valutazione delle argomentazioni delle parti è che la sussistenza di un illecito in materia di intese può essere dimostrata con qualsiasi mezzo di prova. Secondo l’AG, non esisterebbe nel diritto dell’UE un principio generale secondo cui le autorità garanti della concorrenza potrebbero fondarsi solo su determinati elementi di prova o ricorrere soltanto a prove provenienti da determinate fonti. In altri termini, la gamma delle prove ammesse con riguardo alla sussistenza di un illecito in materia di intese è oltremodo ampia, vigendo il principio della libera produzione delle prove, e il solo criterio pertinente per valutare le prove prodotte è quello della loro credibilità. L’AG ritiene che solo in casi eccezionali sussistono divieti di utilizzazione di prove. Tali divieti riguardano la violazione di disposizioni processuali essenziali dirette alla tutela degli amministrati e l’impiego della prova per fini illegittimi.

Nel caso di specie, due elementi deporrebbero a favore della legittimità della trasmissione delle prove da parte della polizia tributaria italiana alla Commissione: nessun giudice italiano ne aveva vietato la trasmissione e le prove di cui trattasi sono state trasmesse alla Commissione con l’autorizzazione della competente procura italiana che ne ha sancito la regolarità nell’acquisizione. Per quanto riguarda l’utilizzo delle prove per fini illegittimi, le parti argomentano che tutte le prove scambiate tra la Commissione e le autorità nazionali dovrebbero essere oggetto di un vincolo di finalità e potrebbero essere scambiate solo al fine di dimostrare la violazione delle regole antitrust. L’AG sostiene, invece, che l’obiettivo particolare dell’articolo 12 è di agevolare e incentivare la collaborazione tra le autorità nell’ambito della rete europea della concorrenza e, quindi, tra le autorità garanti della concorrenza a livello di Unione e a livello nazionale. Da ciò non può desumersi, a contrario, che lo scambio di informazioni e la trasmissione di prove da un’autorità all’altra siano vietati al di fuori della rete europea della concorrenza. Ciò violerebbe, da ultimo, un obiettivo fondamentale del diritto dell’Unione, ossia quello dell’efficace attuazione delle regole di concorrenza nel mercato interno dell’Unione. In definitiva, salvo il caso di divieti speciali, per l’AG le prove acquisite per un fine non attinente alla normativa in materia di intese possono legittimamente essere impiegate per un fine attinente alla normativa in materia di intese.

Resta ora da appurare se la CdG farà proprie le conclusioni dell’AG.