Con la sua ordinanza C-121/16 del 21 giugno 2016, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CdG) si è pronunciata, in sede di rinvio pregiudiziale, sulla compatibilità con l’articolo 101 TFUE, in combinato disposto con l’articolo 4, paragrafo 3, TUE, della normativa italiana in forza della quale il prezzo dei servizi di autotrasporto delle merci per conto di terzi non può essere inferiore a costi minimi d’esercizio determinati da un’amministrazione nazionale.

La normativa italiana in oggetto è il comma 10 dell’articolo 83 bis, del decreto legge n. 122/2008, nella parte in cui veniva attribuita al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) la determinazione di tali costi minimi. Tale norma è stata successivamente modificata dall’articolo 1, comma 248, della legge n. 190/2014, entrata in vigore il 1° gennaio 2015, che, in un’ottica maggiormente liberalizzatrice, ha stabilito che l’individuazione del corrispettivo dei servizi di autotrasporto merci per conto terzi sia rimessa all’autonomia negoziale delle parti. Tuttavia, poiché l’articolo così modificato non era applicabile ratione temporis al procedimento principale, la CdG si è comunque pronunciata sulla versione antecedente la modifica del 2014.

Il rinvio alla Corte trae origine da una controversia tra due piccole imprese, la società Salumificio Murru S.p.A. e la società Autotrasporti di Marongiu Remigio relativa al pagamento di una somma corrispondente alla differenza tra l’importo effettivamente corrisposto a titolo di diverse operazioni di trasporto e l’importo spettante ai sensi della normativa nazionale che fissava i costi minimi.

Con riferimento alla questione pregiudiziale, la CdG ha ricordato come l’articolo 101 TFUE, nonostante riguardi esclusivamente condotte delle imprese e non disposizioni legislative e regolamentari emanate dagli Stati membri, se letto in combinato disposto con l’articolo 4, paragrafo 3 TUE, che stabilisce un dovere di collaborazione tra l’UE e gli Stati membri, “… obbliga questi ultimi a non adottare o a non mantenere in vigore provvedimenti, anche di natura legislativa o regolamentare, idonei ad eliminare l’effetto utile delle norme di diritto della concorrenza applicabili alle imprese…”. Di conseguenza, gli Stati membri non possono imporre o agevolare la conclusione di intese vietate, ovvero rafforzare gli effetti di tali intese.

Nel caso in commento, tuttavia, la CdG ha riconosciuto come i costi minimi fossero determinati dal MIT, sentite le associazioni di categoria più rappresentative dei vettori e quelle della committenza. Secondo la CdG, la Repubblica italiana, attribuendo al MIT la determinazione di tali costi minimi, non avrebbe delegato l’adozione di decisioni di intervento in materia economica ad operatori privati, e, pertanto, tale normativa è conforme al diritto dell’Unione.

Come precisato dalla stessa CdG nell’ordinanza, il caso di specie si differenzia da un’altra questione pregiudiziale sulla quale la stessa si era pronunciata nel settembre 2014 (vedi Newsletter dell'8 settembre 2014), sempre con riferimento alla fissazione di costi minimi. Questi ultimi, in tale caso, venivano però determinati da un organismo composto principalmente da rappresentanti degli operatori economici interessati. Tale organismo era stato considerato come un’associazione di imprese ai sensi dell’articolo 101 TFUE e, di conseguenza, la CdG aveva riconosciuto la contrarietà della normativa italiana alle norme concorrenziali europee.

In altre parole, l’art. 101 TFEU, in combinato disposto con l’art. 4, par. 3, TUE, non è invocabile per colpire una normativa nazionale avente l’effetto di fissare prezzi minimi laddove non siano necessariamente coinvolti i comportamenti delle imprese.