Con la sentenza del 7 settembre 2016, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CdG) ha confermato la sanzione di 357 milioni di euro inflitta dalla Commissione al gruppo Pilkington (Pilkington o la Ricorrente) per la sua partecipazione al cartello del “vetro per il settore auto”.

I fatti all’origine della vicenda sono stati accertati nella decisione della Commissione del novembre 2008: la Commmissione accertava che diverse imprese produttrici di vetro, tra cui Pilkington, avevano partecipato ad un’intesa restrittiva consistente nel coordinamento e ripartizione della fornitura di vetri destinati al settore dell’auto, volta a mantenere una globale stabilità delle posizioni delle parti in tale mercato. La sanzione, inizialmente di 370 milioni di euro, era stata successivamente ridotta dalla stessa Commissione ad un importo di 357 milioni di euro, al fine di correggere due errori commessi nel calcolo iniziale. Pilkington aveva quindi comunque adito il Tribunale dell’Unione Europea (Tribunale) per chiedere l’annullamento della decisione ovvero una riduzione dell’ammenda. Con la sentenza del 17 dicembre 2014, il Tribunale aveva respinto il ricorso.

Nella sentenza in commento, la Corte è stata chiamata a pronunciarsi su tre motivi di ricorso proposti da Pilkington. Innanzitutto, la ricorrente lamentava un errore della Commissione (reiterato dal Tribunale) nell’interpretazione degli Orientamenti della Commissione per il calcolo delle ammende del 2006 (Orientamenti). Infatti, nel determinare il valore delle vendite ai fini del calcolo dell’importo base dell’ammenda, la Commissione aveva considerato anche le vendite realizzate sulla base di contratti che erano stati conclusi anteriormente al periodo dell’infrazione e non rinegoziati durante tale periodo. La Corte ha respinto tale motivo di ricorso, affermando, in maniera a dire il vero contraddittoria, che il punto 13 degli Orientamenti ha “…l’obiettivo di assumere quale base iniziale per il calcolo dell’ammenda inflitta a un’impresa un importo che rifletta l’importanza economica dell’infrazione e il peso di tale imprese nella stessa…”. Pertanto, la Corte ha ritenuto che solo includendo tutti i contratti di fornitura esistenti fosse possibile riflettere l’importanza economica dell’infrazione, che consisteva nella ripartizione delle consegne del vetro destinato al settore auto e che riguardava tanto i contratti di fornitura esistenti quanto i nuovi contratti. Peraltro, la Corte non sembra aver adeguata considerazione al fatto che i contratti stipulati anteriormente all’inizio dell’infrazione non erano “macchiati” dalla collusione tra concorrenti e, pertanto, trattarli alla stessa stregua di quelli oggetto della ripartizione può risultare, in assenza di una adeguata motivazione, arbitrario.

Con il secondo motivo di ricorso, la Pilkington sosteneva che la Commissione non avrebbe potuto utilizzare, per la conversione del fatturato espresso in sterline, la media dei tassi di cambio applicabile durante l’esercizio finanziario precedente l’adozione della decisione controversa. Al contrario, secondo la ricorrente, la Commissione avrebbe dovuto applicare il tasso di cambio applicabile il giorno in cui è stata adotta la decisione e, di conseguenza, il valore del 10% del fatturato (tetto massimo edittale per l’importo finale della sanzione) sarebbe stato più basso e avrebbe così portato all’imposizione di una sanzione massima inferiore di circa 40 milioni rispetto all’ammenda effettivamente irrogata. La Corte, confermando quanto affermato dal Tribunale, ha respinto anche questo motivo, dichiarando che il fatturato realizzato durante l’ultimo esercizio sociale chiuso prima dell’adozione della decisione è il valore di riferimento che, determinabile anticipamente, “…meglio può riflettere la capacità finanziaria dell’impresa alla data in cui essa è riconosciuta responsabile dell’infrazione e in cui le è inflitta una sanzione pecuniaria dalla Commissione…”. Pertanto, quando si tratta di valutare la realtà economica come si presentava a una data epoca, “…è coerente riferirsi ai tassi di cambio applicabili nel corso di tale periodo…”.

Il terzo ed ultimo motivo riguardava il principio di parità di trattamento e proporzionalità. Infatti, secondo Pilkington, l’ammenda inflitta sarebbe proporzionalmente più onerosa rispetto a quella inflitta agli altri partecipanti all’intesa, a causa del carattere meno diversificato della sua attività. La Corte, riprendendo quanto già statuito dal Tribunale, ha respinto anche tale motivo di ricorso, affermando che “…non è contrario ai principi di proporzionalità e di parità di trattamento che […] a un’impresa le cui attività si concentrano più di altre sulla vendita di beni o servizi direttamente o indirettamente connessi con l’infrazione sia imposta un’ammenda che rappresenta una quota del suo fatturato complessivo più elevata di quella rappresentata dalle ammende inflitte rispettivamente a ciascuna delle altre imprese…”. La Corte continua affermando che la Commissione non è tenuta, in sede di determinazione dell’importo delle ammende in casi in cui siano coinvolte più imprese per la stessa infrazione, ad assicurarsi “…che gli importi delle ammende rendano conto di una differenziazione tra le imprese interessate quanto al loro fatturato complessivo…”. La Corte conclude affermando, in maniera non troppo lineare che, qualora seguisse tale differenziazione, la Commissione finirebbe per avvantaggiare le imprese meno diversificate, in base a criteri che non sono pertinenti rispetto alla gravità e alla durata dell’infrazione, compiendo così una discriminazione tra le imprese che hanno partecipato all’intesa: peraltro, così facendo sembra ammettere che le imprese meno diversificate si trovino effettivamente in una posizione diversa rispetto a chi svolge più attività.

In conclusione, la Corte ha respinto il ricorso di Pilkington e ha confermato la sanzione di 357 milioni di euro inflitta dalla Commissione.