Con sentenza depositata lo scorso 21 aprile, il Tar Lazio (TAR) ha respinto il ricorso proposto dalla Pfizer Italia S.r.l. avverso la nota con cui il Gestore dei servizi energetici S.p.A. (GSE) aveva (i) annullato i benefici incentivanti accordati alla ricorrente per il 2011, in virtù del riconoscimento del funzionamento di un suo impianto quale unità cogenerativa ad alto rendimento (CAR), e (ii) richiesto che i relativi certificati bianchi venissero restituiti.

All’origine della decisione del GSE, giudicata legittima dal TAR, vi è la discrepanza tra i dati trasmessi dalla ricorrente e la realtà effettuale, accertata a seguito di un controllo; in sintesi, dacché determinati dispositivi dell’impianto non avevano funzionato correttamente, i consumi di gas naturale ascrivibili al periodo compreso tra il 12 giugno 2011 e il 6 luglio 2012 non erano stati registrati.

Benché la ricorrente continuasse a soddisfare il requisito fissato per il riconoscimento come CAR, consistente nel possesso di indici energetici superiori al 10% di risparmio di energia primaria, ciononostante, il TAR ha confermato la correttezza dell’operato del GSE: invero, lo scostamento tra i dati forniti e la situazione effettiva è stata considerata condizione sufficiente per l’annullamento di siffatti incentivi ai sensi del d.m. 05/09/11 (in forza del quale i benefici erano stati erogati).

Secondo il TAR, infatti, qualora si esigesse che le discrepanze in parola fossero “…di gravità ed entità tale da influire sulle condizioni per lo stesso riconoscimento del funzionamento dell’impianto come…” CAR, si finirebbe inevitabilmente per subordinare “…la concessione dei benefici ad un’inammissibile valutazione ex post dell’idoneità e della rilevanza della violazione ai fini del riconoscimento della qualifica di impianto CAR non coerente con il razionale e corretto svolgimento di procedure, finalizzate all’erogazione di denaro pubblico, che richiede necessariamente la correttezza ex ante dei dati dichiarati dai richiedenti gli incentivi”.

Un altro rilievo operato dal TAR ha chiarito come il GSE abbia, a ragione, disposto l’annullamento dei benefici in questione in relazione a tutto l’anno 2011, e non già ad un periodo più circoscritto, in ossequio al quadro normativo di riferimento. È interessante, a tal proposito, il passaggio in cui si dà conto della ratio sottesa all’irrilevanza dell’entità della discordanza: essendo l’annullamento ispirato ad una “…finalità meramente ripristinatoria dell’interesse pubblico pregiudicato dall’accertata difformità…”, e non sanzionatoria, non trova applicazione il disposto dell’art. 11 l. n. 689/81, ed è da considerarsi, quindi, legittimo imporre la decadenza dal beneficio per l’intero anno.

Ad ogni modo, il tema maggiormente meritevole di attenzione della sentenza in commento è legato al mancato riconoscimento del potere di annullamento (esercitato dal GSE) come espressione di autotutela. L’annullamento, infatti, è stato successivo all’attività di verifica (all’esito della quale si rinviene una discrepanza tra i dati dichiarati e la situazione effettiva) che, a sua volta, segue all’atto con cui il beneficio è accordato. Seguendo questo schema, il TAR ha ritenuto che la verifica (anteriore all’annullamento) si inserisce in una vera e propria “fattispecie a formazione progressiva” tesa al riconoscimento dei benefici in questione e non si tratta, dunque, di un riesame, bensì dell’esercizio di “…un autonomo potere di accertamento sostanziale…”. Dal ragionamento appena esposto, il TAR ne fa discendere come, in contrasto con i rilievi sollevati dalla ricorrente, il GSE non fosse tenuto a fornire una motivazione circa la “…valutazione dell’interesse pubblico attuale, del periodo di tempo trascorso e dell’affidamento dell’esponente…”, vale a dire delle condizioni che debbono essere soddisfatte ai fini dell’annullamento in autotutela, come disposto dall’art. 21 noniesl. n. 241/90.