È applicabile alle vicende tributarie il principio del ne bis in idem, secondo cui per vietare la duplicazione dei procedimenti e sanzioni penali impone di guardare al fatto storico considerato dal giudice, mentre rende sostanzialmente irrilevanti le qualificazioni giuridiche dello stesso?

Questo il principio di diritto espresso nella recente sentenza della Corte Costituzionale 200/2016 sul cosiddetto caso Eternit. Una vera e propria pietra miliare in materia ma anche un passaggio obbligato per chi intende comprendere i limiti del principio nelle sue varie declinazioni, ivi comprese quelle tributarie, senza perdersi nella babele giurisprudenziale che si sta formando: proprio la natura di «principio di civiltà giuridica» irrinunciabile sia a livello nazionale che internazionale ha reso il ne bis in idem oggetto di numerose pronunce dai tratti talvolta contrastanti o, comunque, scarsamente intelligibili.

Nel caso di specie, i quesiti posti alla Corte erano due. L’articolo 649 Ccp, che vieta la duplicazione di processi penali aventi a oggetto il medesimo “fatto”, deve essere interpretato con riferimento alla sola condotta realizzata dall’imputato (come pareva al rimettente discendere dalla giurisprudenza Cedu) o la valutazione deve essere più ampia e comprendere anche gli eventi che da esso conseguono, per il che sarebbero possibili più processi se a unica condotta conseguono più eventi? La stessa disposizione può essere applicata nel caso di concorso formale di reati, ovvero nel caso in cui vengano intentati più processi aventi a oggetto la medesima condotta ma molteplici violazioni penali? La duplice risposta della Corte è frutto dello stesso principio: ciò che rileva è esclusivamente il complessivo fatto storico valutato nei due processi e non le sue implicazioni giuridiche, per cui, da un lato, non può attribuirsi rilevo alla sola condotta del soggetto agente ma occorre considerare tutti i fatti e gli eventi che ne scaturiscono; dall’altro, la possibilità di applicazione dell’istituto del concorso formale di reati non è ostativa all’operatività del ne bis in idem laddove i fatti storici sono medesimi.

Interessanti sono i possibili effetti in materia tributaria. In linea generale è possibile affermare che la necessità di invocare il principio del ne bis in idem è spesso esclusa dalla stessa normativa nazionale: vi sono, infatti, norme volte proprio a scongiurare la duplice applicazione di sanzioni penali e tributarie per i medesimi fatti (Dlgs 74/2000).

D’altro canto, affrontare la questione esclusivamente da un punto di vista strettamente sostanziale e, cioè, delle sanzioni concretamente comminate significa applicare solo parzialmente il principio del ne bis in idem elaborato in ambito internazionale: infatti, secondo la giurisprudenza europea, tale divieto non riguarda soltanto l’aspetto strettamente sanzionatorio ma anche ed innanzitutto quello processuale, tutelando il diritto del cittadino a non vedersi assoggettato a plurimi procedimenti giudiziari per lo stesso fatto.

Da questo punto di vista è del tutto evidente che norme come quelle di cui agli articoli 19 e 21, Dlgs 74/2000 non valgono a scongiurare la lesione dei diritti dei contribuenti, proprio perché inidonee a evitare la duplicazione dei processi. In altre parole, se è possibile attribuire natura penale alla sanzione amministrativo- tributaria sulla base dei cosiddetti criteri Engel elaborati dalla Cedu (sentenza 8 giugno 1976, Engel e altri contro Paesi Bassi), non basta evitare l’esecuzione di una doppia sanzione penale per realizzare il ne bis in idem, ma occorre concretamente paralizzare il secondo processo.

In quest’ottica la sentenza della Corte Costituzionale non può che essere letta con estremo favore poiché, attribuendo rilievo esclusivamente ai fatti storici oggetto di processo, pone nuovamente l’accento sulla necessità di applicazione trasversale del principio del ne bis in idem. Un principio sacrosanto in uno stato di diritto.