Con la sentenza n. 25611, del 14 dicembre 2016, la Suprema Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui il tentativo obbligatorio di conciliazione dinanzi al CoReCom territorialmente competente non costituisce condizione di procedibilità per l’instaurazione del procedimento monitorio da parte dell’operatore di comunicazioni, che intenda recuperare i corrispettivi fatturati per i servizi prestati in favore degli utenti.

La quaestio scaturisce da una sentenza della Corte d’Appello di Roma che, rigettando il gravame proposto da un operatore di comunicazioni, aveva confermato la decisione del Giudice di prime cure che, a sua volta, aveva dichiarato improcedibile ai sensi della L. n. 249 del 1997, art. 1, comma 11, la domanda avanzata dalla società ricorrente per il pagamento delle somme fatturate a titolo di corrispettivo per la fornitura dei servizi di telefonia mobile, a causa del mancato esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione.

Ebbene, i Giudici di legittimità, nell’accogliere le censure mosse dall’operatore di comunicazioni, hanno ribadito che il nuovo regolamento sulle procedure di risoluzione delle controversie tra operatori di comunicazioni e utenti adottato con Delibera n. 173/07/CONS (che ha abrogato il Regolamento adottato con la Delibera n. 182/02/CONS) pur confermando il carattere obbligatorio del tentativo di conciliazione nell’ambito delle predette controversie, precisa che: “sono escluse dall’applicazione del presente Regolamento le controversie attinenti esclusivamente al recupero di crediti relativi alle prestazioni effettuate, qualora l’inadempimento non sia dipeso da contestazioni relative alle prestazioni medesime”.

E ancora, argomenta il Collegio che il tentativo obbligatorio di conciliazione – pur svolgendosi in tempi relativamente brevi – comporta un inevitabile effetto dilatorio della tutela giurisdizionale e pertanto, si rende necessario valutare caso per caso l’opportunità di ricorrere a sistemi di tutela anticipata, quale ad esempio il procedimento monitorio.

Il procedimento monitorio, infatti, non prevede l’instaurazione del contraddittorio previsto, invece, dalla procedura di conciliazione che, in caso di esito negativo, si risolverebbe in un inutile aggravio dei tempi necessari a pervenire alla definizione del giudizio, in palese contrasto con il principio di ragionevole durata dei processi di cui all’art. 111 della Costituzione.