Una recente pronuncia della Corte di Cassazione (Cass. civ., sez. VI-3, ordinanza n. 8904 del 5 maggio 2015) offre lo spunto per una riflessione sulla possibilità di qualificare come “consumatore” – con la conseguente applicabilità delle norme del Codice del Consumo, soprattutto per quanto riguarda il Foro competente a decidere su eventuali controversie – un soggetto che conclude un contratto con un professionista non nell’esercizio della propria attività imprenditoriale/professionale, bensì per intraprenderne unaex novo.

Si ricorderà che il Codice del Consumo (D.lgs. 206/2005) opera una distinzione tra “consumatore” e “professionista” in funzione dello scopo perseguito dal contraente: è “consumatore” – e godrà quindi delle relative tutele – il soggetto che agisce per scopi estranei ad un’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale; in caso contrario, tale soggetto sarà qualificabile come “professionista”.

Successivamente alla loro entrata in vigore le definizioni contenute nel Codice del Consumo sono state oggetto di analisi da parte della giurisprudenza, sia italiana che comunitaria, che ha sviluppato alcuni ulteriori criteri interpretativi.

Facendo proprio un principio stabilito dalla Corte di Giustizia CE, la nostra Corte di Cassazione ha ribadito che l’elemento significativo ai fini della distinzione tra un consumatore e un professionista non è il “non possesso” della qualifica di imprenditore commerciale o di professionista, bensì lo scopo perseguito al momento della conclusione del contratto (Cass. Civ., sez. VI-3, ordinanza n. 24731 del 4 novembre 2013).

Come ulteriore corollario di quanto sopra, è stato ulteriormente rilevato che, affinché ricorra la figura del “professionista”, non è necessario che il contratto sia posto in essere nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa o della professione, essendo sufficiente che esso venga posto in essere per lo svolgimento o per le esigenze dell’attività imprenditoriale o professionale (Cass. Civ., Sez. VI-2, ordinanza n. 17466 del 31 luglio 2014 e Cass. Civ., sez. VI, ordinanza n. 15531 del 14 luglio 2011,).

La giurisprudenza ha quindi escluso in diverse occasioni la sussistenza di un rapporto di consumo in relazione a quei contratti aventi ad oggetto attività accessorie o strumentali a quella principale svolta dall’agente (ad es. abbonamento a software e/o riviste di settore, contratto di locazione; cfr. Cass. Civ. ordinanza n. 17466/2014 e Cass. Civ., sez. III, sentenza n. 11773 del 15 maggio 2013)

Tornando al punto focale della presente analisi, la giurisprudenza è stata chiamata ad affrontare anche il caso in cui il soggetto ha concluso un contratto per procurarsi beni e/o servizi finalizzati ad intraprendere una nuova attività imprenditoriale/professionale.

In buona sostanza, ci si è interrogati se ricorre un rapporto di consumo ed è applicabile la disciplina di cui al D.lgs. 206/2005 quando una persona fisica – potenzialmente qualificabile come consumatore – conclude contratti finalizzati a fargli acquisire lo status di “professionista”.

Ebbene, secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte, sviluppatosi a partire dalla giurisprudenza di matrice comunitaria, deve escludersi che possa qualificarsi come “consumatore” il soggetto che “in vista di intraprendere una attività imprenditoriale si procuri servizi e strumenti materiali od immateriali indispensabili per l’esercizio di tale attività” (Cass. Civ. ordinanza n. 24731/2013).

Lo scopo perseguito dal contraente è comunque l’esercizio di un’attività imprenditoriale/professionale e la circostanza che tale attività sia destinata ad essere esercitata nel futuro non pregiudica la natura imprenditoriale/professionale del contratto.

Il regime di tutela previsto a favore dei consumatori trova quindi applicazione solo in quei contratti conclusi indipendentemente da qualsiasi attività o finalità professionale, tanto attuale quanto futura.

Su quest’ultimo punto si inserisce l’ordinanza da ultimo emessa dal Supremo Collegio.

Ribadendo il principio sancito in precedenti casi, la Corte ha però precisato che lo scopo avuto di mira dall’agente al momento della conclusione del contratto – id est l’unico elemento rilevante per determinare l’assoggettabilità del contratto al Codice del Consumo – deve essere “obiettivato o obiettivabile” e la riconducibilità del contratto all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale non può essere del tutto ipotetica e marginale.

Nello specifico “la prospettiva di intraprendere una futura attività – cui sia funzionale la stipula del contratto di fornitura di beni e di servizi – deve emergere dalle oggettive circostanze del contratto ed essere concreta e attuale, non rilevando ipotetiche intenzioni o vaghe aspettative, non definite quanto a tempi e possibilità di realizzazione” (Cass. civ., sez. VI-3, ordinanza n. 8904 del 5 maggio 2015).

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione è stato quindi escluso che il corso di formazione professionale oggetto del contratto per cui era causa costituisse un elemento idoneo ad escludere la sussistenza di un rapporto di consumo.

A sostegno di tale decisione, la Corte ha sottolineato l’irrilevanza dell’iscrizione del contraente (lavoratore dipendente) all’ordine degli ingegneri e l’eventuale strumentalità del corso all’avviamento di un’attività professionale in proprio o di un possibile avanzamento di carriera, trattandosi di mere ipotesi non supportate da circostanze fattuali concrete.

Quanto ai possibili avanzamenti di carriera all’interno di un’azienda è interessante rilevare come sia stato altresì precisato come tale dato sia indifferente al fine del diniego della qualifica di consumatore.

Secondo la Corte, infatti, la definizione di “professionista” contenuta nel Codice del Consumo si ricollega alla distinzione tra imprenditore, artigiano e prestatore d’opera professionale, cui non è assimilabile il lavoratore dipendente.

Conseguentemente, deve attribuirsi la qualifica di “consumatore” anche a quel soggetto che conclude un contratto per acquisire beni e/o servizi strumentali alla propria attività di lavoratore dipendente.

Sull’argomento sarà altresì opportuno ricordare un caso esaminato dalla Cassazione nel corso del quale è stata analizzata l’incidenza nella determinazione della natura del contratto di una attività di sollecitazione ad avviare un’attività commerciale da parte del professionista (Cass. civ., sez. III, ordinanza n. 20175 del 18 settembre 2006).

In tale occasione è stata operata una distinzione tra il caso in cui il “potenziale consumatore” assume l’iniziativa di ricercare il bene o servizio finalizzato ad avviare un’attività imprenditoriale dal caso in cui vi è una sollecitazione del professionista ad avviare una siffatta attività.

Ebbene, secondo la Cassazione, nel primo caso non ricorre un rapporto di consumo, mentre nel secondo il contraente sarà qualificabile come “consumatore” in considerazione del fatto che ha assunto la qualifica di “futuro professionista” esclusivamente in forza della sollecitazione del professionista che ha creato un interesse prima inesistente.

In quest’ultimo caso, l’eventuale esclusione delle norme di tutela per i consumatori finirebbe per premiare quei soggetti che con tale pratica tentano di eludere norme imperative di legge e priverebbe della necessaria tutela i consumatori interessati.