Anche in presenza di violazioni gravi delle norme a tutela della concorrenza, è necessario tener conto degli effetti pregiudizievoli concreti derivanti dall’infrazione e del suo impatto economico effettivo ai fini di valutare sia la gravità dell’infrazione sia l’entità della sanzione. Così si è pronunciato il Consiglio di Stato (Cds) nella sua sentenzadell’11 luglio, accogliendo parzialmente il ricorso presentato dalla società Alan (la Ricorrente), attiva nel settore dello smaltimento dei fanghi civili, avverso decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). Tale decisione si inserisce nel contesto di precedenti pronunce del CdS aventi ad oggetto la medesima infrazione (si veda a tal proposito la Newsletter del 4 luglio 2016).

L’AGCM, a seguito di una segnalazione, aveva avviato un procedimento volto a verificare l’eventuale presenza di un cartello attivo nelle gare di assegnazione dei servizi relativi al recupero e allo smaltimento di fanghi derivanti dalla depurazione delle acque reflue. Il procedimento si era concluso con la condanna della Ricorrente e con l’imposizione di una sanzione pari a oltre 1 milione di euro. L’AGCM, sulla base del materiale probatorio acquisito, aveva rilevato l’esistenza di un’intesa volta a ripartire i quantitativi di fanghi assegnati nel corso delle gare tenutesi tra il 2008 e il 2013. A tal fine, le società responsabili dell’infrazione avevano sottoscritto un accordo quadro in cui erano previste le modalità di spartizione dei volumi in gara e le sanzioni monetarie interne in cui le parti sarebbero incorse in caso di mancato rispetto delle norme contenute nell’accordo stesso.

Il provvedimento dell’AGCM è stato in seguito confermato dal Tar del Lazio (TAR). La Ricorrente si è quindi rivolta al CdS sostenendo che l’AGCM non avesse (i) valutato le spiegazioni alternative dell’accordo e consistenti nell’attività di lobbying nei confronti della Regione Lombardia, in procinto di modificare la normativa in materia; (ii) tenuto in considerazione la diminuzione sia dei prezzi, sia delle quote di mercato della Ricorrente, alle quali si sarebbe assistito nel corso della presunta intesa, e che sarebbero incompatibili con l’esistenza di un cartello; e (iii) valutato correttamente la gravità del presunto accordo anticoncorrenziale, irrogando una sanzione eccessiva.

Con la sentenza in commento il CdS conferma in gran parte le conclusioni dell’AGCM e del TAR affermando, in particolare, che le spiegazioni alternative che potevano giustificare l’accordo quadro sottoscritto sono state prese in considerazione e confutate dall’AGCM in quanto, nonostante la legittimità della stipula dell’accordo in sé, è l’utilizzo a fini ripartitori che ne è stato fatto a rilevare dal punto di vista antitrust.

Relativamente alla censura attinente alle questioni sollevate in relazione alla diminuzione dei prezzi e all’eccessività delle sanzioni imposte, il CdS ha rilevato che, sebbene “…la riduzione dei prezzi del servizio non è incompatibile con la configurabilità di una intesa illecita per oggetto…”, l’AGCM avrebbe tuttavia dovuto tener conto di tale circostanza, o quantomeno della mancanza di prove pratiche del pregiudizio causato dall’intesa, nel determinare la percentuale applicabile al valore delle vendite, ossia uno degli elementi base del calcolo delle sanzioni. Alla luce di ciò, il CdS ha ritenuto che il livello di gravità dell’infrazione andasse ridotto da notevole (“molto grave”) ad un giudizio di gravità semplice e che, di conseguenza, la percentuale applicata alle vendite andasse diminuita: non più il 15% ma il 5% delle stesse.

La Ricorrente beneficerà quindi di una riduzione della sanzione che l’AGCM dovrà rideterminare in quanto il CdS si è trovato nell’impossibilità di procedervi esso stesso – come invece effettuato nei casi analoghi decisi in ragione di un’errata comunicazione dei ricavi da parte della Ricorrente all’AGCM nel corso del procedimento.