DOPO UN RAPIDO “PING PONG” ISTITUZIONALE TRA LA CAMERA DEI COMMONS E LA CAMERA DEI LORDS, LA EUROPEAN UNION (NOTIFICATION OF WITHDRAWAL) BILL 2016-17 (ANCHE DEFINITA “EU BILL” O “BREXIT BILL”) È STATA DEFINITIVAMENTE APPROVATA DAL PARLAMENTO DEL REGNO UNITO.

I Commons hanno rigettato i due emendamenti approvati dalla Camera dei Lords, riguardanti i diritti dei cittadini UE nel Regno Unito e la concessione di un voto finale al Parlamento sugli esiti del negoziato per la Brexit. I Pari della Camera dei Lords, riconoscendo la chiara volontà politica espressa dai Commons, hanno accettato la loro supremazia e approvato a maggioranza la decisione di rigettare gli emendamenti, spianando la strada all’adozione definitiva della Brexit Bill nella tarda serata di lunedì 13 marzo.

Tale decisione ha creato polemiche tra i Liberal Democratici e i Laburisti, con i primi che accusano i secondi di consegnare un assegno in bianco al Governo conservatore, autorizzandolo a usare i cittadini europei come merce di scambio per le trattative sulla Brexit. I Laburisti si giustificano sostenendo che non avrebbe avuto senso continuare a sostenere la battaglia per gli emendamenti considerando che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di far cambiare opinione ai membri della Camera dei Commons su tale argomento.

Il ministro per la Brexit, David Davies, ha accolto con soddisfazione l’adozione della Brexit Bill, assicurando che considererà sua responsabilità morale assicurare che i diritti dei cittadini UE nel Regno Unito e quelli dei cittadini britannici residenti nei Paesi UE vengano tutelati. In merito al secondo emendamento sul concedere un voto finale sulla Brexit al Parlamento, Davies ha ribadito che ciò indebolirebbe la posizione del Governo durante il negoziato con l’UE, ma ha garantito che i Membri del Parlamento potranno esprimersi su varie scelte relative a Brexit, come l’immigrazione, dopo l’approvazione del Great Repeal Bill, cioè la legge che abrogherà l’European Communities Act 1972 con il quale il Regno Unito aveva aderito all’Unione Europea.

Nonostante numerose indiscrezioni stampa indicassero la volontà del Governo di Theresa May di notificare formalmente l’intenzione di recedere dall’Unione Europea, ai sensi dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), immediatamente dopo l’adozione della Brexit Bill, il Governo ha ora dichiarato che la notifica formale avverrà a fine marzo.

La scelta è stata motivata dalla volontà di non interferire con le imminenti elezioni politiche in Olanda e con le celebrazioni per il sessantesimo anniversario del trattato di Roma, il 25 marzo. Tuttavia, alcuni commentatori politici hanno associato tale slittamento alle recenti dichiarazioni del Primo Ministro scozzese, Nicola Sturgeon, che, con un tempismo non casuale, il giorno prima della discussione finale sulla Brexit Bill da parte del Parlamento del Regno Unito ha tenuto un discorso di fronte alla sua residenza ufficiale di Bute House, a Edimburgo, annunciando la sua intenzione di proporre un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia dopo quello del 2014.

La Sturgeon ha giustificato questa decisione sostenendo che il Governo di Theresa May ha deciso di adottare la linea dell’hard Brexit, comportante l’uscita pura e semplice dal mercato unico europeo, senza alcuna previa consultazione con il Governo scozzese e senza mostrare alcuna intenzione di voler raggiungere un compromesso o un accordo nonostante la maggioranza dei cittadini scozzesi abbia votato per rimanere all’interno dell’Unione.

Conseguentemente, il Primo Ministro scozzese avvierà le procedure parlamentari per ottenere un mandato a discutere con il Governo del Regno Unito i dettagli di un nuovo referendum sull’indipendenza, ai sensi della Section 30 dello Scotland Act 1998.

Nicola Sturgeon ha sostenuto che ci deve essere chiarezza sulle possibili conseguenze della Brexit per la Scozia, così come deve esserci chiarezza sull’indipendenza scozzese prima che sia chiesto ai cittadini scozzesi di decidere. Per questi motivi, il periodo ideale per tenere il secondo referendum scozzese sarebbe tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019, quando si saranno delineate meglio le condizioni d’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Theresa May, pur non escludendo categoricamente l’ipotesi di un nuovo referendum, ha criticato l’iniziativa annunciata dalla Sturgeon sostenendo che comporterà solo maggiori incertezze e divisioni per la Scozia e che il periodo proposto per tenere il referendum non avrebbe potuto essere peggiore. Secondo la May, che come leader conservatrice si era impegnata a mantenere saldo il Regno Unito contro eventuali istanze indipendentiste, Nicola Sturgeon dovrebbe evitare di mettere a rischio il futuro del Paese.