La sentenza della Corte di Giustizia dello scorso 16 aprile 2015 nella causa C-388/13 non ha avuto – ad opinione di chi scrive – il giusto spazio nei commenti degli addetti ai lavori.

La sentenza in esame (il cui testo è disponibile cliccando qui), infatti, costituisce un importante precedente nell’interpretazione delle norme sulle “pratiche commerciali sleali” di cui alla direttiva 2005/29/CE. In Italia è il Codice del Consumo (D.lgs. 206/2005) a regolare le pratiche commerciali sleali o scorrette, dall’art. 18 all’art. 27-quater.

La CGUE con questa pronuncia ha fornito una lettura molto restrittiva della norma ed in particolare della definizione stessa di “pratica commerciale ingannevole”, così fissando dei paletti di diligenza molto alti in capo ai professionisti e un raggio di tutela dei consumatori molto esteso.

Il caso sottoposto alla CGUE è di per sé molto semplice (una risposta errata in merito ad un abbonamento fornita dal servizio di assistenza post-vendita di una televisione via cavo ad un abbonato che intendeva recedere) e il rinvio pregiudiziale è stato operato dalla Corte Suprema Ungherese. In particolare i giudici magiari hanno posto – per quanto qui di interesse – il seguente quesito ai giudici della CGUE: “Se la comunicazione di un’informazione non veritiera a un solo consumatore debba essere considerata come una pratica commerciale ai sensi della summenzionata direttiva”.

Ebbene, nonostante la norma faccia riferimento ad una “pratica” – che, sembrerebbe presupporre un comportamento quanto meno ripetuto, reiterato, continuato o che potrebbe riflettersi su più consumatori – la CGUE ha riconosciuto che il comportamento tenuto dal professionista coinvolto nella causa sia qualificabile come “pratica commerciale ingannevole” ai sensi della Direttiva, dal momento che “né le definizioni fornite agli articoli 2, lettere c) e d), 3, paragrafo 1, nonché 6, paragrafo 1, della direttiva sulle pratiche commerciali sleali né quest’ultima, considerata nel suo insieme, contengono indizi secondo cui l’azione o l’omissione da parte del professionista dovrebbe presentare carattere reiterato o riguardare più di un consumatore” e che la direttiva “non fissa alcuna soglia, in termini di frequenza oppure di numero di consumatori, superata la quale un atto o un’omissione dovrebbero rientrare nella sfera di applicazione della direttiva medesima“.

Dal chiaro dictum della CGUE emerge che i professionisti dovranno essere pronti a fronteggiare e a trattare fattispecie che coinvolgono singoli consumatori, non solo come potenziali contenziosi avanti la giustizia ordinaria ma anche come azioni che possono legittimare le autorità amministrative competenti – in Italia l’Autorità della Concorrenza e del Mercato – ad avviare procedimenti volti a sanzionare le pratiche commerciali scorrette. A tal fine si ricorda che in Italia, l’art. 27 del Codice del Consumo prevede che venga comminata al professionista una sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000,00 € a 5.000.000,00 € quando viene sanzionata una pratica commerciale scorretta.

Il livello di diligenza e di attenzione da parte dei professionisti nei confronti dei consumatori deve essere pertanto massimo per evitare di porre in essere azioni potenzialmente ingannevoli nei confronti anche di un singolo consumatore.