Il 2 dicembre 2015 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale l’ordinanza del T.A.R. Lazio che – a luglio 2015 – aveva disposto la sospensione dei giudizi pendenti e la rimessione alla Corte Costituzionale della questione di legittimità costituzionale concernente l’art. 26, comma 3, D.L. n. 91/2014, meglio conosciuto come “spalma incentivi”, con il quale sono stati unilateralmente ridotti gli incentivi a favore degli operatori del fotovoltaico[1].

Nella fattispecie il T.A.R. Lazio, a seguito di numerosi procedimenti promossi in tale ambito, ha rimesso alla Corte Costituzionale la decisione sulla legittimità della norma in questione, a fronte del fatto che numerosi produttori di energia elettrica da fonte solare fotovoltaica, avendo prestato affidamento sugli inventivi promessi dal regolatore nazionale che riconosceva il diritto ad una tariffa incentivante in ragione e in proporzione dell’energia elettrica prodotta, abbiano poi visto un decremento di questa in ragione dell’applicazione dell’ art. 26, comma 3, D.L. n. 91/2014.

Nello specifico, tali incentivi previsti da cinque diversi decreti ministeriali contenenti il cd. “Conto Energia” consistono in una convenzione di diritto privato stipulata con un soggetto pubblico (il GSE), con cui viene riconosciuto al produttore un dato e prestabilito ammontare di incentivo monetario per un Kwh prodotto dall’impianto fotovoltaico.

In tutti i casi previsti dall’art. 26, comma 3, citato, il regime incentivante che spetterebbe al produttore di energia elettrica da fonte solare fotovoltaica risulta – invece – peggiore rispetto a quello in essere alla data della stipula della convenzione con il GSE. La norma oggetto di vaglio dei giudici della Corte dispone che, dal 1° gennaio 2015, la tariffa incentivante per l’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici di potenza nominale superiore a 200 Kwp sia rimodulata sulla base di tre opzioni: (a) l’allungamento del periodo di incentivazione a 24 anni (invece che 20), con contestuale riduzione diretta dell’incentivo; (b) la rimodulazione della tariffa con incentivo ridotto durante un primo periodo e incentivo incrementato in misura pari nel secondo periodo; (c) un taglio secco della tariffa fino all’8% a seconda della potenza dell’impianto.

A detta degli operatori, la riduzione degli incentivi risulta illegittima perché applicata ad investimenti già effettuati (aventi costi fissi e costanti, quali il costo delle autorizzazioni, il costo di costruzione e il costo dei terreni), perché lede la libertà di impresa tutelata dall’art. 41 della Costituzione e perché discriminatoria rispetto ad altri soggetti titolari di impianti con potenza nominale inferiore a 200 Kwp che – a parità di condizioni – non si sono visti tagliare gli incentivi promessi.

In attesa di conoscere la data dell’udienza in cui verrà decisa la questione di costituzionalità è opportuno ricordare che se la Corte Costituzionale dovesse accettare la tesi degli operatori lo Spalma Incentivi sarebbe abrogato e smetterebbe di avere efficacia con effetto retroattivo.

Questo significa che agli operatori dovrebbero essere restituiti tutti gli importi non versati in connessione con lo Spalma Incentivi, che è stato applicato dal GSE dal 1 gennaio 2015. Tutto ciò sempre che la Corte non intenda applicare un principio già adottato con la sentenza n. 10-2015, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 12 Febbraio 2015, che ha sancito l’incostituzionalità della cosiddetta “Robin Tax” abolendo l’addizionale IRES, e riportando l’aliquota applicabile al 27,5%, con effetti però solo a partire dal giorno successivo alla pubblicazione in G.U., senza possibilità di retroattività della sentenza, per questioni di conformità con la norma costituzionale che impone il pareggio del bilancio dello Stato.